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Sant'Antonio
abate, il senso di una scelta cristiana
di Giuseppe Daraio
Il viaggio che conduce Antonio e quanti con lui rivolsero, fra la fine
del III secolo e l’inizio del IV secolo, la loro attenzione
verso il deserto è un profondissimo desiderio di conversione.
Questa parola nel suo significato etimologico greco e latino esprime il
desiderio e l’esigenza di cambiare radicalmente la propria vita, di
rivolgerla verso il Signore Gesù incontrato e riconosciuto nel Suo essere
Creatore, Salvatore, Senso autentico della propria vita e della storia
dell’uomo.
L’Egitto del III secolo era una delle nazioni più ricche e potenti del mondo
antico; la città di Alessandria era una capitale di importanza mondiale sul
piano culturale, sociale, economico tanto da essere chiamata “ la nuova
Atene"“.
Una vera e propria capitale del lusso, di una vita mondana elegante e
raffinata, traboccante di mercanti, venditori, di fiorenti attività
economiche.
Ed Antonio apparteneva ad una famiglia illustre, di genitori
cristiani benestanti, quindi un uomo dalle rosee prospettive di successo,
che avrebbe potuto aspirare a un posto di tutto rispetto nella società del
suo tempo.
Le comunità cristiane dell’Egitto erano partecipi di questo clima di
agiatezza e di sicurezza: comunità del quieto vivere dove si era quasi del
tutto spento il senso della sconcertante Novità che è Gesù Cristo ( ““,Ecco
io faccio nuove tutte le cose", Apocalisse 21, 5 ), senz’altro brava
gente ma adagiata nelle proprie certezze alle quali chiedeva di soddisfare
il desiderio di felicità.
Un certo Nepos, Vescovo di Arsinòe, predicava addirittura un imminente
millenario regno del Messia che avrebbe consentito agli uomini di godersi in
pace le gioie del mondo.
Una voce di grave polemica si alzò, quella di Antonio, questo giovane che
riconobbe la sofferenza della sua Chiesa nelle parole di solitudine
dell’Apostolo Paolo: “Affrettati a venir da me al più presto, perché Dema
mi ha abbandonato per amore di questo mondo e se n’è andato a Tessalonica,
Crescente è andato in Galazia e Tito in Dalmazia “ ( 2, Timoteo 4, 9 ).
Egli con una scelta radicale poneva le basi di un’alba nuova; indicava agli
uomini del suo tempo, tanto legati alle proprie cose, il deserto, il luogo
dove l’uomo si spoglia, si fa povero materialmente e interiormente, come
luogo dell’incontro con il Signore, dove l’uomo ridotto all’essenziale,
temprato dalle difficoltà e dalle prove di un ambiente ostile, impara ad
ascoltare la voce del suo Creatore e Salvatore e a lottare contro lo spirito
della perdizione, il maligno.
Se Giovanni il Battista aveva annunziato l’arrivo del Messia a partire dal
deserto, se Gesù, il Messia, aveva dato inizio alla sua missione dopo
quaranta giorni trascorsi nel deserto a pregare il Padre, a sottomettere la
propria volontà a quella del Padre, a lottare contro il perverso allora,
disse Antonio, la via della salvezza passa attraverso il deserto.
Con la sua vita volle insegnare questo ai cristiani e agli uomini di ogni
tempo.
Attenzione, però, solo questo era il deserto per Antonio! Troppo spesso
abbiamo etichettato semplicisticamente l’esperienza dei padri del deserto
come “fuga dal mondo", quasi un disimpegno dalla vita.
Il deserto cristiano non è il luogo di un aristocratico purismo che è
contrario al Vangelo; era tutt’altro che la scelta di comodo di persone che
si ripiegano su sé stessi spinti dal bisogno di una pace a buon prezzo, tipo
New Age, perché tutti sappiamo quali sono le difficoltà di sopravvivenza in
un deserto.
E non poteva significare infine estraniarsi dalle sorti della Chiesa locale
con un facile quanto irresponsabile “gettare la spugna".
Egli stesso, infatti, non esitò ad abbandonare il suo luogo di solitudine e
preghiera e a far ritorno in mezzo alle comunità cristiane perseguitate
dall’imperatore Diocleziano, nei primi anni del IV secolo, per
portare la sua voce di conforto, il suo esempio di santità, spinta fino al
sacrificio della propria vita, che sfidava un potere politico cieco e
violento. Salvo poi il ritornarsene umilmente nel deserto quando il pericolo
fu passato. Un uomo, quindi, che amò profondamente Cristo e la Chiesa,
povera nella sua umanità ma ricca della potenza dello Spirito Santo.
E il tesoro che egli scoprì avrebbe nel giro di pochi anni arricchito la
Chiesa intera. Una moltitudine di giovani, infatti, infiammati dal suo
esempio, si pose sulle orme di Gesù Cristo trovando nel deserto la
possibilità di realizzare una più alta perfezione e una totale dedizione al
Signore.
Essi presero il nome di anacoreti ossia di “uomini dell’esodo",
esodo dalla schiavitù del peccato e della vita pagana alla conversione, alla
vita vera dei Figli di Dio.
La loro vita silenziosa e nascosta era affermazione della centralità di Dio
nella vita dell’uomo e dell’universo intero, una testimonianza che continua
ancora oggi ad interrogare e ad affascinare tanti cristiani.
Certamente i “ se “ nella storia sono privi di significato ma mi piace
pensare che, se Antonio fosse vissuto ai nostri giorni, avrebbe trovato
nelle nostre grandi città, simili a gigantesche distese di arido cemento
inutilmente animato dalla fretta e dalla saltuarietà dei nostri rapporti “mordi
e fuggi", e nei nostri paesi, ridotti in piccole periferie dove abita
l’isolamento e l’indifferenza reciproca, un vero deserto dove rinnovare lo
stupore dell’Emmanuele, del “Dio che abita in mezzo a noi".
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