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L'iconografia di Sant'Antonio
abate nell'arte religiosa
La figura di Antonio abate è molto popolare, e diffusissimo è il suo culto,
che in Oriente risale al IV sec, e si propagò ovunque nei secoli successivi.
La sua vita, narrata da S. Atanasio nella seconda metà del IV sec. e
integrata da S. Gerolamo, ebbe larghissima popolarità dopo la divulgazione
fattane nel XIII sec. dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.
Da quel momento la sua iconografia, di cui però esiste anche qualche esempio
precedente, si fa ricchissima, non soltanto in Italia, dove si trovano le
immagini più antiche del santo, ed i più antichi cicli della sua leggenda,
ma anche altrove, soprattutto nelle arti figurative del tardo gotico
tedesco, che abbonda di sue rappresentazioni nella pittura e nell’incisione.
Generalmente rappresentato sotto l’aspetto di un
vegliardo dalla lunga barba, avvolto nell’ampio saio monastico, il santo ha
spesso il capo coperto dal cappuccio, come nelle immagini più antiche, quali
il mosaico di Monreale e l’affresco di scuola abruzzese dell’Eremo di S.
Onofrio sul Monte Morrone presso Sulmona.
Gli attributi che più sovente accompagnano la
figura di Antonio sono, in ordine cronologico di apparizione iconografica,
il bastone di eremita, il porco, il campanello e la fiamma.
Il primo, nell’iconografia più antica, si presenta nella forma classica, ma
prende più tardi la forma di un tau, la "crux commissa" degli
Egiziani, che al tau attribuivano anche un valore simbolico quale segno
della vita futura.
Il bastone a tau fu adottato come emblema dell’Ordine di S. Antonio fra il
1160 e il 1180, probabilmente in memoria di quello a forma di stampella che
il santo usava in vecchiaia.
Dal Trecento in poi, l’iconografia di Antonio
abbandona raramente il tau, dando generalmente questa forma al bastone.
Più tardi, e più spesso nell’arte straniera, questo simbolo si trova
applicato come un distintivo sull’abito del santo, come ad esempio nei
dipinti di Jeronymus Bosch, nella pala d’altare botticelliana della chiesa
di S. Felice a Firenze e nella vetrata della Cattedrale di Ambierle.
L’origine del porco che accompagna il santo
è da ricercare storicamente in un privilegio dell’ordine antoniano risalente
al 1095 per cui i monaci di S. Antonio allevavano porci il cui lardo veniva
usato come medicamento contro il cosiddetto "fuoco di S. Antonio".
Con i porci dei monaci antoniani è collegato anche
un altro attributo del santo, il campanello che, molto spesso,
nell’iconografia, è attaccato al bastone del santo, forse in memoria del
suono di campanelli che annunciavano di lontano l’arrivo dei questuanti
dell’ordine antoniano.
Altre volte il campanello è appeso ad un albero, e a cominciare dal
XVI sec. non è infrequente trovare due o più campanelli, talvolta
scherzosamente appesi agli orecchi del porco, come vedremo in certa
iconografia del centro-Europa.
L’ultimo in ordine di tempo degli attributi del
santo è il fuoco, che accenna alla malattia volgarmente detta "fuoco
di S. Antonio", cioè l’herpes zoster.
L’origine di questa tradizione risale alle molte miracolose guarigioni che
sembrano essersi verificate durante un’epidemia che infestava la Francia in
occasione della traslazione delle reliquie del santo da Costantinopoli in
Europa. |
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