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Sant'Antonio d'Egitto.
Frumento del deserto
Brano tratto da Cyril Martindale, Santi,
presentazione di Luigi Giussani, editrice Jaca Book, Milano, 1986, pp11-19.
Su Sant'Antonio abate si è scritto molto ma l'inglese Martindale ha il
merito di farci conoscere il Santo sotto una luce nuova. Il brano che
riportiamo è la trascrizione di un sua trasmissione radiofonicata trasmessa
dalla BBC dove il Martindale cercò di descrivere le figure di altrettanti
santi in modo che "riescano a non essere le pietre tombali di altrettanti
eroi".
La chiesa non è per coloro che sono già buoni, ma per aiutare gli uomini a
diventare tali: i suoi sacramenti non sono premi per il perfetto, ma
piuttosto medicine e tonici per quelli che sono spiritualmente ammalati o
deboli.
Tuttavia la chiesa non è un ospedale per per gli ammalati nella morale, o
per gli infortunati nella religione, o per i convalescenti spirituali. Il
cuore generoso, il forte lavoratore, l’immaginazione vivace, la volontà
vittoriosa, tutto ciò le occorre ed è chiamato a vivete nel suo seno. I
cristiani sono una moltitudine confusa, così come la maggior parte degli
uomini sono una mescolanza di bene e di male, come la nostra stessa
coscienza ce lo dice anche troppo chiaramente.
A me piace pensare la chiesa come formata, in complesso, da uomini che
lottano, probabilmente facendo fiasco molto spesso, ma che sconfitti e
atterrati, di nuovo si rialzano: e anzi, il che non capita sul ring, che
sono aiutati a rialzarsi. Noi ci presenteremo al nostro giudice con gli
occhi pesti e con molte ammaccature di tutti i colori dell’iride, inflitteci
dal mondo, dalla carne e dal demonio che avranno riportato successi
momentanei su di noi: ma egli non baderà a questo: egli dirà: «Beh - in ogni
modo- hai vinto! »
Io vi dico tutto questo perché, dopo 250 anni di
cristianesimo, il calore del primo entusiasmo, il livello di santità si
erano abbassati di molto. Non c’è da stupirsene. A quel tempo il
cristianesimo era diventato popolare; la rete cominciava a raccogliere pesci
in quantità più grandi e conteneva pertanto una più alta percentuale di
esemplari spuri. Inoltre molte persone importanti di ogni paese - uomini
politici, ufficiali, cortigiani - erano diventate cristiane, e tra costoro
non si trova facilmente un carattere intero o una condotta che si accordi
sempre con un’intima convinzione. Essi vedono ognora l’opportunità di
transigere, di essere guardinghi, di pensare alla carriera dei loro parenti
e via dicendo.
Frattanto in città enormi come Alessandria d’Egitto, tra la massa pagana, la
mondanità e il vizio erano giunti a tal punto che l’opinione pubblica non se
ne curava neppur più, e i quartieri più malfamati di Porto Said, sono quasi
nulla in confronto alla sfrontatezza diffusa in una grande città egiziana di
quell’epoca.
Tuttavia le persecuzioni contro i cristiani non potevano dirsi finite per
sempre. Ripresero sotto l’imperatore Decio. I cristiani fuggirono nel
deserto, e ben presto vi si stabilirono per elezione. La vita depravata
delle città donde erano fuggiti aveva lasciato troppi, e troppo penosi
ricordi nell’animo loro, per alcuni era stata disgustosa, per altri troppo
allettante.
Proprio in quel tempo nacque Antonio. Era di condizione agiata e a diciotto
anni ereditò dai genitori trecento iugeri di ricca terra egiziana e il loro
patrimonio. Ma le parole di Cristo: «Va’, vendi tutto quanto hai e dallo ai
poveri» non restarono, per lui, lettera morta; distribui le sue terre fra i
poveri del villaggio, si sbarazzò del capitale e andò a cercare, fra le
comunità cristiane del deserto, qualche vecchio ricco di esperienza a cui
affidare la direzione e la formazione del suo carattere capriccioso e
impressionabile che, lo sapeva, egli non avrebbe saputo governare da solo.
Per quindici anni visse una vita di studio nella grande solitudine del
deserto egiziano finché trovò anche questa insufficiente e si ritirò più
all’interno, in uno smantellato fortino sul Nilo, dove viveva del carico di
pane che gli portavano ogni sei mesi e dei datteri che coglieva sulle palme
vicine. Gli amici che lo visitavano periodicamente lo trovarono sempre in
buona salute.
Forse qualcuno di voi dirà che questo era un modo di cercar scampo nella
fuga.
Perché non si fermò nelle città ad aiutare i suoi confratelli cristiani e,
come si dice, «a far del bene», o, almeno, a fare qualche cosa di pratico?
Starsene a sognare tra le tombe! Liberarsi di quanto vi è di aspro e di
faticoso nella vita di ogni giorno per lasciarlo sulle spalle di coloro che
hanno il coraggio di sostenere la lotta! Torneremo su questo punto.
Voglio ricordarvi anzitutto che, per essere forti ed efficaci nell’azione,
bisogna aver subito un’energica preparazione del carattere. Quando Antonio
avrà conosciuto se stesso e saprà governare la sua fortissima personalità e
«mantenersi» perfettamente «in regola», come si suol dire, compirà anche
tutto il lavoro esteriore.
Una affrettata preparazione, del gran parlare di sé, il correre qua e là per
farsi conoscere tutto questo non fa diventare un uomo veramente grande, e i
frutti non durano. Frattanto la fama della sua perspicace spiritualità e
della sua verace conoscenza del mondo crebbe tanto rapidamente che i
pellegrini si accalcavano, letteralmente, attorno a lui e presto formarono
una colonia.
Quando poi la persecuzione scoppiò di nuovo egli seppe abbandonare la sua
solitudine e allora si recò a visitare i suoi più tribolati compagni
cristiani ad Alessandria e, nel Sudan, visitò le miniere dove essi erano
tenuti prigionieri; tale era il rispetto che la sua personalità dominatrice
incuteva in tutti, che egli non fu mai arrestato e poté sfidare, con un
sangue freddo che non si smentì mai, gli sbirri della polizia. Dopo cinque o
sei anni Antonio ritornò a vivere in una solitudine ancor più profonda,
sull’altra sponda del Nilo, su uno scoglio sul mar Rosso. Tanto il suo primo
cenobio come il secondo sono ancora in piedi, dopo più di mille e seicento
anni, e sono tuttora abitati: è questa una prova della perpetuità dell’opera
sua.
Là, dunque, egli si stabilì, e viveva coltivando attorno alla sua cella un
po’ di terra, tanto da potersi sostenere. Più in basso, nella pianura,
migliaia di monaci si erano raccolti, ed egli scendeva regolarmente a
visitarli, a sorvegliarne l’attività, a consigliarli. Schiere di pellegrini
facevano lunghi viaggi per ottenere un suo consiglio, e un asilo era stato
eretto per loro, ma se si fermavano per qualche tempo, dovevano, come i
monaci, cuocere il pane, tessere, o fare qualche altra cosa di comune
utilità.
Un breve aneddoto vi permetterà di rendervi conto
della mentalità degli uomini di quei tempi, ed anche del metodo di Antonio
nel trattare con la gente.
Eulogio, «preso d’amore per le cose eterne», abbandonò il tumulto del mondo.
Ma la solitudine totale gli venne a pesare e, incontrato uno storpio,
promise a Dio che avrebbe avuto cura di lui fino alla morte. Dopo quindici
anni di convivenza con Eulogio, lo storpio cadde ammalato. L’eremita lo
puliva, lo nutriva, lo curava. Con la convalescenza venne l’insofferenza. Lo
storpio s’infuriava contro il suo benefattore e gli diceva: «Mettimi sul
mercato. Io voglio della carne». Eulogio gli portava della carne. «No. Io
voglio la folla! Riportami là dove mi hai trovato! » Eulogio era perplesso.
«Devo mandarlo via? Ma ho fatto un patto con Dio. Devo tenerlo? Ma mi fa
passare giorni e notti assai brutti...».
I suoi amici dicevano: «Andate tutti e due da Antonio». E così essi fecero.
Ora, Antonio, aveva dato ordine che coloro che venivano per consultarlo gli
fossero annunciati con le parole: «Viene da Gerusalemme», o «Viene
dall’Egitto» a seconda della maggiore o minore gravità della questione sulla
quale volevano essere consigliati da lui. «Donde sono costoro? » egli
domandò.
«Un po’ dall’uno, un po’ dall’altro», rispose il segretario. Eulogio entrò
per primo. Antonio gli parlò gravemente, disse: «Tu vorresti mandar via
costui? Ma colui che lo creò non lo scaccia. Tu vorresti mandarlo via? Ma
Iddio diede vita a Uno assai più giusto di te che lo raccolga».
Poi disse all’altro: «Anima pervasa e deforme cessa la tua lotta con Dio!
Non sai tu che era Cristo che ti serviva? Se per amore di Cristo che Eulogio
si fece tuo servo».
Li accomiatò poi affettuosamente; essi tornarono a casa da buoni amici e
morirono a tre giorni di intervallo l’uno dall’altro.
Oltre a ciò l’influenza di Antonio si manifestò
con una singolare forza di irradiazione, anche in altri luoghi, così, nel
310, lo visitò sant’Ilarione, e istituì poi i primi monasteri in Palestina;
Mar Agwin fece altrettanto in Mesopotamia nel 325; san Pacomio, in una
residenza più vicina, nel 318.
Antonio aveva due qualità proprie ai grandi uomini: egli poteva (tale era
la forza della sua personalità) lasciare quasi completa libertà di
iniziativa a quelli che erano sotto la sua immediata influenza; e non si
lagnava se altri, pur imitandolo, modificava il suo sistema - così Pacomio
iniziò un monachesimo molto più centralizzato, rigidamente organizzato, con
reparti specializzati per ogni sorta di lavoro: giardinaggio, falegnameria,
lavorazione del ferro, conciatura, tintura delle stoffe, calzoleria,
scrittura; tutto un alveare di attività pratiche esercitate non a scopo di
Iucro. Era quello il genere di monachesimo destinato a diffondersi in
Occidente.
Non solo gli imperatori cristiani apprezzarono l’opera di civilizzazione ed
il genio spirituale di Antonio, (e ciò che essi dissero, naturalmente,
giunse lontano) ma quel gigante, per statura intellettuale, che fu Atanasio
di Alessandria, conobbe ed amò sant’Antonio, e ne scrisse la Vita, la quale
giunse ancor più lontano e, in un momento di crisi, esercitò la sua
influenza, come vedremo, sullo stesso sant’Agostino; su quell’Agostino che,
a sua volta, doveva avere una enorme influenza attraverso i secoli, fino al
nostro, in tutto l’Occidente.
Lontano, nell’Italia del sud, più lontano ancora, in Francia e ancor più
lontano, in Irlanda, furono istituite forme di vita monastica derivanti
direttamente dalla regola di sant’Antonio. San Benedetto stesso, 480-543, si
servì, adattandolo, del metodo di vita ideato dal santo egiziano e, lo dico
in coscienza, creò in tal modo una delle tre grandi forze che contribuirono
a fare l’Europa. Perché dico così? Perché quando i Barbari, gli Unni, i
Goti, i Franchi, i Vandali si riversarono sulla parte occidentale
dell’impero, essi cozzarono contro tre salde realtà: il papato, i vescovi
con le loro cattedrali e le loro scuole, e i monasteri.
Una mente caotica prova sempre timore e rispetto quando viene a trovarsi a
contatto con una mentalità ben ordinata; la violenza è impotente al cospetto
della fermezza di chi non trema; l’anarchia morale o sociale cede tosto ad
una volontà decisamente volta verso ciò che è giusto, verso un metodo di
vita che mira costantemente al miglioramento dell’uomo.
E i monasteri furono centri di severo studio, di perseverante istruzione,
curarono lo sviluppo della agricoltura, il perfezionamento delle varie arti
e mestieri, coltivarono il rispetto dell’autorità, la formazione ordinata
della mente e la disciplina della non volontà. Non si riuscirà mai a
valutare, anche solo approssimativamente, ciò che l’Europa e la stessa
Inghilterra devono ai monaci.
Antonio morì nel 356, all’età di 105 anni, aveva
vista e udito ancor perfetti e tutti i denti sani. La caratteristica
principale della sua gigantesca personalità fu una profonda sanità morale,
un perfetto equilibrio di qualità contrastanti: fu uomo colossalmente
dominatore e tuttavia semplice, affettuoso e persino tenero; capace di
conversare con uomini politici, con filosofi, con giudici e generali e di
stringere amicizia con l’uomo qualunque, commerciante o piccolo bottegaio.
La sua forza di volontà era enorme, ma sapeva tenerla bene in pugno, e non
si manifestò mai meschinamente tirannico; ebbe intelligenza viva e precisa;
fantasia sublime, ma non mai turbolenta o fanatica.
Questo «eremita» fu il più cordiale e il più socievole degli uomini. A che
pro, dunque, il darsi attorno per far parlare di sé? Antonio non se ne curò
mai, eppure egli è, oggi, vivo, per me, quanto possa esserlo un vecchio che
sia stato un onore l’aver incontrato nella vita. A che serve il denaro? Egli
se ne spogliò, e tuttavia eresse a ricordo di sé un monumento durevole
quanto le piramidi, ma assai più ricco di significato. Infatti chi è grato,
chi rende omaggio, ora, ai costruttori di quelle colossali escrescenze di
pietra? A che giova la posizione sociale, o la conquista del potere
politico?
Egli non li cercò neppure, ma quale degli uomini politici, degli imperatori
o, tanto meno dei finanzieri del suo tempo, rappresenta qualcosa per noi
oggi? Antonio invece è tuttora attivo e operante.
E ogni volta che attraversai il mar Rosso e vidi
il sole levarsi e illuminare le montagne a occidente, mentre le vedevo
passare dal grigio al violetto, dal lilla al giallo, all’arancione e poi al
rosa e al rosso, non ho potuto trattenermi dal pensare al sorgere di sant’Antonio
come un astro sul nostro mondo, e all’ardore, allo splendore e alla vitalità
che egli ha versata su di esso e di cui lo ha pervaso.
Anzi è proprio a ricordo di lui, e non certo di quell’Antonio, amico
dapprima poi nemico di Cesare e amante di Cleopatra, che alcuni di coloro
che mi leggono hanno nome Antonio! |
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