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Tempo di
Meridiane. Un patrimonio dimenticato
di Annalisa Bucchieri
tratto da "La nuova Ecologia", a. XXIV, n.4,
Aprile 2004, pp.20-21.
L’Italia è il paese del
sole. A testimoniano sono le circa l4miIa meridiane censite nel
Duemila dall’Unione
astrofili italiani (U.A.I.). Un patrimonio di inestimabile
valore che nessun altro paese al mondo può vantare in tale
quantità. Purtroppo però circa il 25% di questi silenziosi
segnatempo nostrani si trova in stato di totale degrado e
abbandono. E anche quel che resta è misconosciuto ai più. (…)
Cercatori di ombre
«I cacciatori di
meridiane sono degli esploratori del territorio, gente che va in
giro nell’entroterra sulle tracce dello gnomone e della sua
ombra, spiega Enrico Del Favero, gnonomista della Uai.
Il censimento è stato importante per creare dei referenti in
loco e per spingere le persone a riappropriarsi di un patrimonio
popolare dimenticato. Non sempre è stato facile. Per esempio nel
Meridione c’è poca cultura al riguardo, nonostante il sud sia
notoriamente più baciato dal sole».
Le ragioni? «Forse sono legate a una minore propensione nei
secoli passati verso gli strumenti per la misura del tempo, in
funzione di particolari strutture dell’economia locale».
Effettivamente
l’incidenza di segnatempo senza ticchettii è nettamente più
forte nel Piemonte e, a seguire, in Lombardia e Veneto. Ogni
angolo di territorio presenta un suo “cronostile”.
Per esempio nel napoletano le meridiane sono tonde, in provincia
di Cuneo prevalentemente rettangolari e così via. E se sono
tipicamente italiani i quadranti solari a parete, che
abbelliscono campanili, chiese e palazzi municipali, in
Inghilterra sono più diffusi gli orologi orizzontali situati nei
giardini, mentre in Germania sono inseriti nelle pavimentazioni
delle piazze.
Orologi silenziosi
Per quanto possa sembrare
una passione di nicchia la gnomonica sta vivendo una stagione di
rinascita. Fino a poco tempo intatti fa si pubblicava solo una
rivista chiamata Gnomonica italiana. Adesso invece sono molti i
siti internet che dedicano pagine intere a questo argomento (
www.uai.it ,
www.gnomonicaitaliana.it ,
www.horologium.org ).
Nel
museo di Pragelato , centro di documentazione sui quadranti
solari in provincia di Torino, in vista delle prossime Olimpiadi
invernali del 2006 sono stati allestiti diversi percorsi
didattici per le scuole. Ogni due anni inoltre viene indetto un
concorso per costruttori di orologi solari
moderni dall’unione astrofili bresciani che richiama centinaia
di amatori.
L’attenzione verso questi oggetti ne ha rivelato, però, il grave
stato di degrado generale. Gran parte dei quadranti solari sono,
per loro natura, esposti al sole (che li fa funzionare, ma che è
anche il primo elemento che contribuisce a “consumarli”), al
vento e alle intemperie.
Senza una manutenzione adeguata, sono destinati rapidamente a un
sicuro degrado e successivamente alla scomparsa. La situazione è
in generale aggravata dal fatto che molti sono collocati su
edifici antichi che si trovano spesso nelle
stesse condizioni dei quadranti che ospitano.
Per le soprintendenze trovare sponsor giusti per i restauri non
è impresa facile. A volte si tratta di allestire un ponteggio
molto alto, disagevole e costoso, arrampicato su una torre
civica o un campanile. E predisporre anche una verifica
astronomica. Bisogna cioè ricalcolare la posizione dello gnomone
che nel frattempo si può essere piegato o delle linee orarie.
«Di solito - lamenta Gian Carlo Rigassio dell’associazione
Horologium che si dedica alla valorizzazione di questi
strumenti — le affrettate ristrutturazioni di palazzi storici
hanno comportato restauri fasulli, semplicemente delle
rinfrescate pittoriche alla base del quadrante, quando non hanno
addirittura cancellato o cambiato le linee presenti come è
accaduto al convento di Taggia, in Liguria. Per questo la nostra
associazione ha sentito la necessità di creare dei corsi di
restauro ad hoc che permettessero un recupero serio e completo
avvalendosi della competenza di un astronomo oltre che di un
restauratore del supporto fisico».
La salvaguardia del patrimonio gnomonico può avere, a detta
degli astronomi dell’UAI, una ricaduta d’interesse notevole
anche per i non addetti ai lavori. «Attraverso gli orologi
solari - ribadisce Del Favero — si apre
anche un nuovo modo di fare turismo, di conoscere le nostre
terre, i quartieri, di rivisitare chiese, palazzi e torri a
piedi o in bicicletta».
Grazie al catalogo dell’Uai insomma il turista “trovatempo”
potrebbe contribuire alla diffusione della conoscenza gnomonica,
delle immagini, della tecnica e della storia di queste
affascinanti macchine-non macchine.
Mezzogiorno di fuoco
L’orologio solare antico
non è quasi mai opera di un grande artista, più spesso
appartiene a uno sconosciuto artigiano. Vi sono però molte
meridiane importanti per valore scientifico, ossia per
l’esattezza della loro misurazione. Basti pensare a quella
costruita dal grande cartografo Ignazio Danti a Santa Maria di
Novella a Firenze, oppure quella settecentesca ideata da
Francesco Bianchini a Santa Maria degli Angeli a Roma, il duomo
di Milano ne presenta una che segna il mezzodì con la sfasatura
di soli due secondi. Venivano costruite nelle chiese perché
aiutavano i preti nel calcolo della Pasqua (che doveva cadere la
prima domenica dopo l’equinozio di primavera) come di altre
feste religiose.
Il sistema di misurazione
solare fatto in canonica ha scandito per secoli il tempo nel
nostro paese, tanto che è stato chiamato sistema italico. Fino
alla fine dell’ottocento sono esistite, quindi, tante isole
temporali: l’ora solare di Roma era ben diversa da quella di
Cividale del Friuli o di Mazara del Vallo. Solo con
l’introduzione del telegrafo si riuscì a sincronizzare gli
orologi.
Quella di vivere lo stesso tempo fu un’esigenza portata dalla
ferrovia: macchinisti di Trento e capi
stazione di Perugia dovevano riferirsi alla stessa ora per
accordarsi su arrivi e partenze.
Con il risultato però di falsare il tempo: «Il vero mezzogiorno,
quello solare — conclude Del Favero — arriva a Bardonecchia solo
48 minuti dopo che ha spaccato il cielo a Otranto».
Una ragione in più per andare (…) alla ricerca del tempo
perduto.
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