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La scoperta della Basilicata negli appunti di viaggio di Edward Lear (1812- 1888)
 

di Paolo Abate

 

 

A partire dagli ultimi anni del Settecento la moda del Grand Tour divenne sempre meno élitaria ed iniziò ad interessare per la primissima volta persino le aree più appartate del Vecchio Continente.
Il viaggiatore, figlio del nuovo secolo, tendeva a spostarsi da solo, o al massimo in compagnia di un amico di lunga data, ed amava percorrere lunghi tratti del proprio cammino a piedi.
Lasciato alle spalle lo squallido Nord europa, industrializzato ed imbruttito dalle conseguenze negative del progresso, il viaggiatore partiva alla volta dell’Italia alla ricerca della vera civiltà e, come per incanto, quel mondo che si credeva perduto per sempre, veniva timidamente alla luce subito dopo avere varcato le Alpi.

Edward Lear (1812- 1888), dunque, si innamorò subito dell’Italia la quale, come gia detto, era tappa obbligatoria per un artista.
La visitò per la prima volta nel 1831 in compagnia dell’ornitologo John Gould e nel 1837 vi intraprese un nuovo viaggio, da solo.
Anche se privilegiò i consueti itinerari percorsi dai viaggiatori colti alla ricerca del mondo antico (Roma, Firenze, Venezia, Genova), Lear si avventurò ugualmente in regioni meno conosciute, ma di certo più garanti dei vantaggi di una natura selvaggia ed incontaminata, come Abruzzo, Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata.

Dell’Italia Lear amava la luce delle ore mattutine, le sue cittadine semi-abbandonate, le sue vaste pianure silenziose, le sue "dry burning white stones, i suoi interminabili olive woods, high, grey, filmy, feathery, con i twisted, mossy trunks".
Inoltre, fermamente prodigo di parole di elogio, Lear non mancava mai di evidenziare l’accogliente ospitalità degli italiani, soprattutto di quelli del Sud.

In verità, Lear giunse in Italia anche per ragioni legate al suo orientamento sessuale: Lear era infatti omosessuale1. Il critico Vivien Noakes ha scritto:

«Lear non era alla ricerca dell’amore fisico, ma di qualcuno in grado di accettarlo per com’era visto che i suoi genitori lo avevano rifiutato da bambino. Grazie alla sua sensibilità e al suo carisma (Lear) era alquanto affabile con il prossimo ed amava stare con i bambini perché lo trovavano gradevole e lo dimostravano. Ma ciò che Lear voleva, e la cosa mai si realizzò, era un’autentica relazione spirituale con un’altra persona».2.

Anche se Lear non dichiarò mai apertamente la propria omosessualità, condannata dalla società vittoriana con la pena di morte, essa emerse gradualmente soprattutto nel suo Book of Nonsense, ove sembrava voler gridare ai lettori:

«Esisto. Sono un artista. Sono un essere lussurioso. Sono un uomo che ama gli uomini. Sono frustrato. Ecco cosa succede quando il bisogno d’amore di una persona non è appagato».3.

Benchè fosse giunto in Italia dieci anni prima, Edward Lear si spinse in Lucania solo nel 1847.
In realtà, era intenzione di Lear e del suo amico John Proby visitare tutto il Regno delle Due Sicilie, ma, a causa dello scoppio dei primi moti insurrezionali del Risorgimento, a Reggio e Messina, che poi avrebbero portato alla promulgazione della Costituzione, i due ritennero più prudente lasciare da parte la Calabria e la Sicilia e decisero di visitare la Puglia e la Basilicata, non ancora interessate dal marasma che imperversava nelle confinanti regioni.

Giunti a Napoli via mare, non esistendo una rete stradale continua e sicura tra i vari centri della Calabria e il resto d’Italia, Lear e Proby raggiunsero in treno Nocera Inferiore e di lì proseguirono per Avellino e Monte Vergine, in Irpinia.wpe36.jpg (12165 byte)
Dopo un viaggio difficoltoso e monotono, tra luoghi privi di interesse, Lear giunse nelle vicinanze del Monte Vùlture e lo spettacolo che esso offriva lo lasciò senza fiato.

Con una popolazione di 431.789 abitanti, la Basilicata, nel 1847, era la più vasta provincia del regno d’Italia4.
L’agricoltura lucana, che produceva per lo più olio, orzo, mèliga e liquirizia, era condotta con mezzi assai arcaici; le industrie5 mancavano; i commerci, sia interni che esterni, erano scarsissimi dato che le strade transitabili, ad eccezione dell’Appia e della Popilia che attraversavano rispettivamente la parte settentrionale ed occidentale della regione, erano quasi inesistenti.
Le grandi proprietà terriere erano nelle mani di pochi signori, quasi tutti nobili.
Com’è facile intuire, il popolo minuto viveva in condizioni di estrema miseria ed ignoranza ed aveva costumi6 e pregiudizi «ancora de’ secoli trascorsi».
All’avvicinarsi del Natale ogni famiglia contadina uccideva un maiale per il proprio consumo e, secondo il numero dei suoi componenti, ne salava una buona metà, e la conservava per nutrirsene nei giorni di festa7.
A questa si riduceva la quantità di carne che essi mangiavano in un anno, a parte quella guasta di qualche bestia morta per malattia, che veniva venduta a basso costo nelle sporche e misere botteghe dei villaggi.
Per giunta, il clima freddo e rigido di una regione così elevata come la Lucania 8 rendeva questa miseria ancora più penosa.

Dunque Lear giunse in Basilicata per la strada che da Avellino conduce a Melfi col desiderio di vedere (e dipingere) i castelli normanni e le memorie di Orazio.
Effettivamente li vede e li dipinge, e la bella edizione recente del suo diario di viaggio, pubblicata a Londra nel 1964 col titolo originale Diario di un pittore di paesaggi, riporta quattro pregevoli litografie tratte dai suoi acquerelli, che rappresentano Melfi e Castel Del Monte, Venosa e S. Michele del Vulture9.

Del suo viaggio in Basilicata Lear racconta:

"Abbiamo camminato, prima, lungo la riva di un ruscello serpeggiante, per salire, poi, a Monteverde, l’ultima città della provincia, dove siamo arrivati poco prima del crepuscolo. Dalla posizione elevata di questa città, lo scenario del Vùlture, con il territorio di Monticchio adiacente all’isolata altura vulcanica, ricoperta di boschi, è una vista incantevole.

L’improvviso contrasto tra gli scialbi paesaggi attraversati in tre giorni di viaggio, e questo nuovo, splendido panorama, è stato per noi piacevolmente tonificante, nonostante che per riposare abbiamo da fare ancora molta strada.

Il Vùlture è il Soratte di questa parte del Regno di Napoli. Sorgendo solitario, e bello nella forma (somiglia molto al Vesuvio), esso spicca, sebbene di non notevole altezza, tra le grevi ondulazioni circostanti, anche per le sue delicate sfumature di colori. Sul versante orientale e meridionale si trovano le città di Melfi, Rapolla, Barile, Rionero ed Atella; a nord è ricoperto da folte foreste, riserva del Re poco conosciuta dagli stranieri.

La cima concava di questa singolare collina, una volta suo cratere, contiene l’appartato lago e convento di S. Michele, che siamo sicuri di potere visitare prima di lasciare la Basilicata"10.

Anche la cittadina di Melfi fu molto apprezzata, e dopo avere enumerato gli edifici pittoreschi della città, la valle col suo ruscello limpido, i grandi noci, le numerose fontane, le grotte nelle rocce, i conventi, le case, i campanili ed il castello «perfettamente degno di Poussin», Lear affermò che «trovare tante cose belle in uno spazio così ristretto, è cosa rara perfino in Italia»11.

Dal racconto di Lear si coglie ancora una volta una descrizione piacevole ed esauriente sulle varie località lucane:

"Prima roccaforte normanna in terra di Puglia, Melfi è un delizioso posto di soggiorno. Esiste ancora una delle torri di Ruggero d’Altavilla, ma la grande sala, dove Papi e Normanni tenevano i consigli nei tempi che furono, è ora un teatro.

L’attuale edificio risale al sedicesimo secolo, ma gli uffici e le altre aggiunte sono ancora più recenti.
Il castello domina la vista su tutta la città, ma non su una grande estensione di territorio, perché una parte dell’orizzonte è completamente occupata dal vicino Vùlture, e, la restante, da una serie di basse colline; così che il luogo della città sembra essere stato scelto per ragioni di sicurezza strategica.

Un’escursione mattutina mi ha fatto conoscere le bellezze del luogo che è una perfetta oasi di pace, tra tanti scialbi paesaggi. I pittoreschi edifici della città (che sembra occupare la sezione di una più antica area); la valle sottostante, con il limpido ruscello ed i maestosi castagni; le numerose sorgenti; le innumerevoli cave nelle rocce circostanti, ora adibite a stalle per le capre che si raggruppano in masse scure su rupi sovrapposte, i conventi e le chiese disseminate qui e là nei sobborghi; le case affollate e le solenni guglie del centro abitato; il castello degno dei migliori quadri di Poussin, con la bella torre laterale  che domina l’intera scena: non è facile trovare tanti elementi suggestivi in uno spazio così limitato, nemmeno in Italia"12.

A Melfi Lear fu ospite per quattro giorni dell’agente del principe nel castello del principe Doria, e qui descrisse con ammirazione la cortesia e la generosità dei suoi ospiti, che gli procurarono anche una guida e tre cavalli per andare a Venosa. La guida era un uomo grasso ma molto “pittoresco” che Lear definì con grande umorismo «somigliantissimo al Dottor Samuel Johnson visto con una lente d’ingrandimento».

Lear ricordava che tale guida, in ragione della sua corpulenza, non capiva come mai gli inglesi, e proprio in salita, volessero andare a piedi. Era persuaso che per qualche inspiegabile motivo essi non fossero contenti dei cavalli, tanto che fu necessario insistere per fargli capire, senza offenderlo, che «gli inglesi di quando in quando amavano camminare», anche se dentro di sé il sosia del Dottor Johnson restava convinto che Lear e il suo amico fossero matti.

Dalla cittadina di Venosa Lear fu completamente conquistato. Definì il paesaggio della città, con lo sfondo del Vùlture, «uno dei più belli di tutto il Regno».
Rimase incantato dalla raffinatezza e dalla buona educazione dei suoi ospiti, la famiglia di Don Peppino Rapolla, gente istruita con la quale poté parlare di Shakespeare e di Milton, e perfino, come gli disse uno di loro, e com’egli riportò fedelmente in italiano nel suo Diario, di quell’Autore adorabile, Walter Scott.
Tuttavia il colmo delle sue lodi andò alla chiesa della Trinità 13, la cui grande mole incompiuta ma suggestiva gli sembrò il culmine del pittoresco, che tuttavia non ritrasse.

Realizzò, e con gusto, un acquerello bellissimo qualche giorno dopo, al convento di San Michele del Vùlture, e nei boschi che tuttora lo circondano, in riva al lago in cui si specchia.
Questo lago gli piacque moltissimo e, con fedele e paziente cura, l’artista riprodusse il delizioso effetto del riflesso degli alberi, delle rupi e del convento, nelle acque tranquille.
Osservando l’acquerello, si può notare un numero considerevole di figure umane in riva al lago: una folla in contrasto con la solitudine per cui il luogo era, ed è tuttora, famoso.
Lear lo trovò eccezionalmente affollato perché egli arrivò al convento di San Michele proprio il giorno di San Michele, il 29 settembre. Egli ebbe modo di osservare che:

"Nel giorno di S. Michele, la cui grande festa si celebra domani, tutta la popolazione delle aree limitrofe ha la consuetudine di dirigersi in massa al monastero; se fossimo abbastanza fortunati di avere bel tempo, tutti ci assicurano che vedremo uno degli spettacoli più suggestivi in Italia meridionale. Siamo partiti di buon’ora con un guardiano ed un uomo a piedi. In un primo momento la strada, serpeggiante su per la montagna, non era affatto piacevole. Ma raggiunto il versante occidentale della collina, ci siamo addentrati in bellissimi boschi di faggio, la cui foltezza e dimensioni aumentavano man mano che avanzavamo. Dopo avere attraversato queste foreste ombreggiate, il sentiero piega verso l’interno di una profonda valletta, o depressione, anticamente cratere principale del vulcano. Di lì a poco, tra i rami degli alberi, si poteva scorgere il luccichio del lago di Monticchio, nelle cui acque si specchia il monastero di S. Michele. Modello più perfetto di solitudine monastica è inimmaginabile.

Addossato a grandi masse di roccia che incombono sull’edificio fin quasi a minacciarlo, il convento di per sé già bello a vedersi, sorge sull’orlo di un ripido pendio che, nella sua discesa al lago, si adorna di gruppi di altissimi noci. Alta sulle rocce addossate al convento, la cima del Vulture si solleva verso il cielo, completamente ammantata di fitti boschi; e fitti boschi ricoprono anche i pendii della collina, che si dispiegano a mo’ di ali su ciascuna sponda dei laghi. Lo specchio d’acqua più grande fa pensare al lago di Nemi14 in scala ridotta; solo che l’assenza di ogni edificio, eccezion fatta per il solitario convento, e la completa esclusione di ogni prospettiva lontana, rendono perfetta l’incantevole quiete di S. Michele e del suo lago.

Arrivavano, intanto, grandi folle di contadini che si accampavano sotto gli alti noci, a mo’ di fiera, com’è consuetudine degli Italiani nelle feste patronali. I costumi presi singolarmente non erano molto pittoreschi, ma l’effetto generale della scena, ogni elemento della quale veniva riflesso chiaramente nell’acqua, era così bello che io non ne ricordo di uguali.

Abbiamo visitato la cappella e la buia grotta del santo patrono e, a mezzogiorno, dopo avere disegnato fino all’arrivo della pioggia, ci siamo ritirati nelle due linde celle fatteci preparare dalla sollecitudine di Don Pasqualuccio, il quale ha anche provveduto a farci mandare, bell’e pronto, un ricco pranzo da Rionero.

Ahimè! E’ piovuto a dirotto per tutto il pomeriggio, e l’acqua ha portato lo scompiglio negli accampamenti, e nella fiera: tutti quelli, ed erano moltissimi, che non hanno potuto trovare riparo nelle mura del convento, se ne sono tornati a casa prima del tramonto. E poiché non c’erano altri a rimpiazzarli, alla scena è venuto a mancare il principale elemento coreografico della folla di pellegrini. Del resto anche noi non abbiamo potuto fare altro che disegnare in fretta e furia tra gli scrosci di pioggia. Tuttavia ci siamo aggirati nei dintorni di questo luogo incantevole, ammirandone la varietà di aspetti.

I contadini, ai quali i monaci del convento hanno offerto il riparo dalla pioggia, hanno occupato tutto il lungo corridoio adiacente alla nostra cella. Per una buona parte della notte, al fragore dei loro festeggiamenti gioviali, hanno fatto eco gli asini e i muli che, in prossimità della nostra porta, hanno superato con i loro ragli frequenti il clamore di un “improvvisatore”, e di quattro o cinque “zampognari” in pieno esercizio, nonché il frastuono di grandi comitive che, in coro, cantavano in modo molto terreno le canzoni spirituali sui miracoli di S. Michele" 15.

Comunque, a parte alcune località come Melfi, Venosa e i Laghi di Monticchio, Lear scrisse assai poco circa gli altri centri della regione da lui visitati: è il caso di Avigliano o della stessa capitale della provincia, Potenza:

"Ad Avigliano abbiamo lasciato il signor Manassei, ed abbiamo ripreso il viaggio per Potenza, attuale capoluogo della provincia, ma città così brutta per forma, dettagli e posizione, che si è quasi tentati di evitarla. Qui abbiamo noleggiato una caratella in grado di portarci, al prezzo di sette ducati, fino ad Eboli; e fermatici giusto il tempo per pranzare, abbiamo continuato, poi, fino a Vietri di Basilicata, dove siamo arrivati tardi, e ci siamo fermati per la notte" 16.

Colui che in piemontese era appellato Monsú Lir, un'inglese che aveva l’estrosa abitudine di indossare spesso sul soprabito un impermeabile bianco, conchiuse soddisfatto il giro in una terra, la Basilicata appunto, che lo aveva conquistato semplicemente con la bellezza dei suoi paesaggi naturali e la spontaneità dei suoi abitanti.

Lear riuscì ad adattarsi bene alle abitudini di vita dei lucani del tempo, che, come è facile immaginare, erano in forte antitesi con quelle decisamente più civili della sua Inghilterra.
Non mancarono situazioni di forte disagio e in più occasioni Lear fu costretto a dormire con animali domestici in stanze la cui mobilia era costituita da sacchi di grano o lunghe file di cipolle, se non da giacigli di foglie di granoturco.
Altre volte fu costretto a contendersi, con porci affamati, il diritto di pranzare con un cocomero del padrone.

Era sfinito a causa dell’abitudine provinciale di protrarre di molto l’ora dei pasti ed oppresso dalla prospettiva di interminabili ed ormai consuete domande sull’Inghilterra o sui progetti di lavoro.
Dovette, in altri casi, escogitare mille espedienti pur di essere lasciato solo, mentre disegnava nelle prime ore del mattino, circondato da intrusi che, con ripetute domande, mostravano grande interesse alla sua occupazione.

Tuttavia, con uno spirito di adattamento ed una compostezza tipicamente anglosassone, pago della vista di un paesino suggestivo o di una scena selvaggia, Lear era capace di superare l’affanno e la noia del viaggio e dimenticare gli stenti condivisi con le popolazioni locali, avendo il cuore gonfio dalla gioia di disegnare squisite bellezze e dalla convinzione che i sorprendenti scenari avessero ben meritato lunghi e difficili viaggi per ammirarli.

Non meno interessante è lo stile di scrittura che caratterizza Viaggio in Basilicata. Ad un lessico semplice e di stampo familiare, seguono descrizioni lunghissime e tortuose, da dove emerge un linguaggio ricco di termini aulici.
Molto spesso egli mette insieme impressioni di viaggio, brevi notizie e commenti, per poi concludere con osservazioni assai sbrigative e sommarie, dettate quasi di malavoglia, e a volte egli niente dice dei paesi e delle città che visita.

Quando parla dei suoi ospiti, invece, adotta uno stile decisamente differente: centra il proprio interesse sulle fisionomie individuali, istintive e somatiche delle persone, creando così una galleria di piccoli ed indimenticabili ritratti.

Gli eventi storici del 1848, e non solo quelli, sono da lui del tutto trascurati, dal momento che egli intende "to confine these journals strictly to the consideration of landscape", un paesaggio che lo colpì per quell’infinita bellezza che irradiava intorno a sé.

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1 A partire dal ‘700, numerosi letterati ed artisti  del Nord Europa vennero in Italia per coltivare i piaceri del corpo. Le capitali italiane del libero amore erano Venezia, famosa in tutta Europa per le sue cortigiane, Napoli, Capri, la Sicilia, queste ultime mete molto care soprattutto agli artisti britannici omosessuali, in fuga dalle rigide leggi antipederastia che vigevano appunto in Gran Bretagna; nella sensuale Italia essi riuscivano ad appagare (dietro pagamento) i propri desideri sessuali grazie alla buona disponibilità dei giovani maschi del posto.

2 C. SNIDER, Victorian Trickster: A Jungian consideration  of Edward Lear’s Nonsense Verse, in Psychological Perspectives (Journal for The C.G. Jung Institute of Los Angeles) No. 24 (Spring-Summer 1991), Long Beach, English Department California State University, 2001, p. 4.

3 Ivi, p. 16.

4 Nel 1847 la Basilicata era una provincia divisa in quattro distretti: Potenza (la città capoluogo), Matera, Melfi e Lagonegro.

5 In tutta la Basilicata esistevano una diecina di frantoi e mulini ad acqua e nelle abitazioni di alcuni privati cittadini venivano prodotti gli indumenti ed alcuni rudimentali arnesi di cui quotidianamente si serviva il contadino lucano.

6 La giacca, il panciotto e i calzoni al ginocchio, insieme con il grande mantello, talvolta sostituito con una pelle di capra, erano l’abito del contadino della Basilicata. Confezionati con grossa stoffa di lana di fabbricazione locale, questi abiti erano indossati finché non cadevano a brandelli, e perciò il contadino li portava per gran parte della sua vita.

7 Si tratta di una consuetudine ancora oggi largamente diffusa nelle campagne lucane.

8 Secondo la conformazione geologica la superficie della Basilicata è costituita per il 47% da montagne, per il 45% da colline e solo per l’8% da pianure.

9 Cfr. G. FIERRO, Il mito della Lucania sconosciuta: antologia di viaggiatori stranieri tra Settecento e Novecento, Venosa, ed. Osanna, 1994, p. 22.

10 E. LEAR, Viaggio in Basilicata (1847), Reggio Calabria, ed. Parallelo 38, 1974, pp. 17-18.

11 Ivi, p. 20.

12 LEAR, Op. cit., pp. 19-20.

13 Si tratta piuttosto di una Abbazia, la cui costruzione, per mano dei benedettini, si fa risalire a prima del Mille. Vi sono sepolti molti principi e condottieri normanni, fra cui Roberto il Guiscardo.

14 Il lago di Nemi si trova a 316 metri s. l. m. ed occupa il fondo di un cratere vulcanico dei Colli Albani, gruppo montuoso a sud-est di Roma, che comprende anche il lago Albano. Ha una superficie di 1,67 Kmq circa ed una profondità massima di 33 metri.

15 LEAR, op. cit., pp. 39-41.

16 Ivi,  pp. 43-44.

 

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