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L'Ordine Ospedaliero degli Antoniani di Vienne


di Innocenzo Pontillo 

 

 

Era il 1080 quando i resti mortali di S. Antonio abate, considerato il fondatore del monachesimo cristiano vennero trafugate dall'Egitto, per salvarle dalla dilagante invasione degli arabi, e portate in Francia dove vennero deposte a La Motte St. Didier (che successivamente cambiò nome in Bourg St. Antoine). 

Qui nel 1095 sorse l’Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di S. Agostino di S. Antonio abate, detto comunemente degli Antoniani di Viennois o Vienne o, nel regno di Napoli, di Vienna. 

Sempre la dizione francese "Antuane", usata per indicare S. Antonio abate, sembra abbia fatto nascere in Italia l'uso di indicare con il termine "Antuono" questi religiosi e lo stesso Santo1.

L'Ordine in origine era formato da infermieri e frati laici, 
 solo nel 1297 divenne Ordine di canonici sotto la regola di  S. Agostino, ed aveva come missione quella di assistere i malati e i pellegrini.
 I monaci Antoniani erano facilmente identificabili dall'abito, che consisteva in una tonaca nera con una grande ‘tau’ azzurra, detta la "potenza di S. Antonio”, cucita sulla sinistra del petto.  
Questi religiosi vivevano di “questue” e lasciti, spesso causa di abusi e scontri con gli altri Ordini. 

Lo stesso Dante, in uno degli ultimi canti della "Divina Commedia", prende di mira gli Antoniani, evidentemente molto attivi e spesso insistenti nella richiesta di elemosine e scrive: "di questo ingrassa il porco Sant'Antonio/ e altri assai son ancor più porci, / pagando di moneta senza conio"2.

L’Ordine ebbe nel corso della sua storia, durata fino al 1776, anno della soppressione, una grandissima espansione territoriale i cui limiti erano a nord la Svezia, a est l’Ucraina e a sud S. Giovanni d’Acri (Palestina), con circa mille fondazioni, delle quali un centinaio distribuite in tutta l’Italia. Non a caso nel XV secolo gli Antoniani assistevano ben oltre 4000 pazienti, in circa 370 ospedali sparsi per l'Europa.

Ma a partire dal XVII secolo il fenomeno dell'accorpamento degli ospedali gestiti dai vari Ordini e il miglioramento delle condizioni igieniche in Europa (che portarono alla scomparsa delle grandi epidemie che avevano flagellato il vecchio continente nei secoli precedenti), fecero venir meno la stessa ragione d'esistere degli Antoniani, sempre più divisi da dispute e conflittualità interne.

Così nel 1774, due anni prima della soppressione dell’Ordine, venne decisa dal Capitolo Generale degli Antoniani l’unione con l’Ordine di Malta, che si prefiggeva anch’esso, fra i suoi scopi, l’assistenza e la cura dei pellegrini.
Nel 1776 una bolla papale sancì definitivamente l’abolizione dell’ordine Antoniano i cui beni passarono in gran parte all’Ordine di Malta e, nel Regno di Napoli, all’Ordine Costantiniano.

L’Ordine lasciò traccia del suo passaggio attraverso una serie pressoché infinita di ospedali e luoghi di culto dedicati a S. Antonio abate distribuiti in tutta Europa ed anche in Basilicata, dove si segnalano gli insediamenti di Oppido Lucano (PZ) e di Grottole (MT).

Naturalmente la scelta delle località in cui sorgevano le fondazioni degli Antoniani era determinata dagli scopi a cui essa era destinata, ovvero l’accoglienza dei viaggiatori e dei pellegrini ed in particolare la cura dei malati.
Non a caso accanto ad ogni fondazione è testimoniata la presenza dell’ospedale, come avvenne anche per il  Santuario di Grottole (Basilicata). 

Solitamente questo era un edificio spartano che comprendeva una cucina con la mensa, i dormitori, una cappella e alcuni locali di servizio.
Qui all’ospitalità si affiancava la cura delle malattie che colpivano i pellegrini durante il loro viaggio3. Con il tempo questa funzione divenne prevalente, tanto che dall’hospitale medievale è derivato l’attuale significato di ospedale.

La malattia che l'Ordine Antoniano curava in modo specifico era l'herpes zoster detto anche “fuoco di S. Antonio”,  molto diffuso  tra i poveri a causa della cattiva alimentazione, ed anche l'ergotismo, che era provocato soprattutto dall’ingestione di segale cornuta (veniva così chiamata la segale contaminata da un fungo nella quale si sviluppava un alcaloide che provocava l’infezione). 

Gli Antoniani usavano soprattutto il grasso di maiale come emolliente per le piaghe provocate dal “fuoco di S. Antonio”, per questo nei loro possedimenti allevavano spesso i maiali  che simbolicamente venivano raffigurati anche nelle chiese dell'Ordine insieme con il “Tau”.
Questo era il simbolo degli Antoniani, probabilmente venne scelto perché, oltre a ricordare la croce, rappresentava la stampella usata dagli ammalati e alludeva alla parola "thauma", che in greco antico significa "prodigio".  
Altro simbolo dell’Ordine era  la campanella, con la quale gli Antoniani annunciavano il loro arrivo durante gli spostamenti e le “questue”.
Simboli che, col tempo, sono diventati attributi dello stesso S. Antonio abate a cui tradizionalmente è associata anche l’immagine del fuoco, sia in virtù del potere taumaturgico del Santo nella cura del  “fuoco di S. Antonio”, ma anche perché secondo la tradizione popolare il Santo abate è custode dell’inferno, da dove sottrae le anime dannate, ingannando i diavoli con abili stratagemmi.

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1 A.Giganti, La chiesa di Sant'Antuono di Oppido Lucano, Ed. Ermes, 2000, p.8.

2 Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, canto XXIX, versi 124-126.

3 Maria Gabriella Longhetti, La Precettoria di S. Antonio di Ranveso, tratto da Quaderno del volontariato culturale, n.2, aprile 2002.

   


 

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