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Firenze com'era. Signori e Pedoni (1874)

di Carlo Collodi
 


Carlo Collodi (1826-1890) in realtà si chiamava Carlo Lorenzini, lo pseudonimo di Collodi lo trasse dal nome del paese natale della madre e lo  usò inizialmente per firmare i suoi articoli.  Rileggendoli ancora oggi, questi squisiti pezzi di costume, ci fanno vedere  come l'autore di Pinocchio guardasse il mondo da un’angolazione tutta particolare.
Articoli di cui  era protagonista una realtà toscana spiritosa e bizzarra, fatta di intrighi e storielle da caffè per mezzo di fulminanti invenzioni linguistiche.




Oggi come oggi, Firenze è una città che conta una popolazione di circa centocinquantamila bottoni di metallo giallo.
I veri fiorentini sono spariti. È grazia di Dio se ce ne rimangono ancora tre, o tutto al più quattro; perché il quinto comincia già a peritarsi, a dare in ciampanelle, a ciurlare nel manico e, per viltà o per malinteso rispetto umano, s’è già rassegnato fino a dire, come tutti gli altri, «Piazza della Signoria» invece di «Piazza del Granduca» credendo forse quel povero illuso, col dir così, di passare per un buon italiano, mentre si dà a conoscere semplicemente per un italiano faceto.

Prima della malattia della capitale provvisoria (brutta malattia che lasciò al Municipio fiorentino un ingorgo,fra la coscia e l’inguine, di circa dugento milioni di debito), Firenze somigliava, per il suo fabbricato, alla Firenze falsa de’ nostri giorni, salvo che aveva un mercato inutile in meno, e un Duomo senza facciata di più.

La sua popolazione, fin da tempo immemorabile, si divideva in due sole classi: i fiorentini che andavano in carrozza e i fiorentini che andavano a piedi.
Quelli che andavano in carrozza si chiamavano «Signori», e quelli che andavano a piedi, erano detti «Pedoni», nome inelegante, ma molto espressivo, come quello che ti dava subito l’immagine vera di quei poveri palmipedi vestiti da uomo, condannati a camminare a piedi tutta la vita.

L’aristocrazia non faceva casta da sé: perché l’aristocrazia fiorentina, studiata nella purezza delle sue sorgenti, non è altro, in fondo, che una democrazia titolata.
Arrampicatevi su per l’albero genealogico delle famiglie patrizie fiorentine, e arrivati in vetta all’albero, ci troverete quasi sempre o una matassina di seta, o un ciuffetto di lana, o un frammento di cambiale firmata a favore di qualche Re o di qualche Repubblica corta a quattrini.

Fatto sta che, dopo molti anni, questo modo di dividere la popolazione in due sole classi, essendo parso un po’ troppo conciso, fu pensato allora di mettere in uso una nuova spartizione in quattro classi, cioè: Signori, così-così, Poveri e Strozzini.
La classe dei Signori abbracciava tutti quelli che avevano da vivere comodamente, senza bisogno di lavorare.  Fra questi, figuravano gli impiegati governativi o granducali, dal Presidente del Consiglio fino al copista di Segreteria, con cento lire al mese.

Perché bisogna sapere che in quella seconda età di Saturno un copista regio con cento lire al mese era braccato e corteggiato da tutte le mamme che avevano figliole da maritare: e le figliuole e le mamme, parlando di lui come stoffa da farne marito, lo definivano con la parafrasi lusinghiera di «occasione co’ fiocchi»

Entravano nella classe dei «cosi-così» tutti quelli che avevano da mangiare a patto di guadagnarselo giorno per giorno. Erano esenti da questo patto i comici a spasso, i cantanti senza voce e gli scrittori di commedie e di tragedie, i soli che vantassero il diritto di campare, senza obbligo di guadagnarsi un soldo.
La classe dei «Poveri» comprendeva alla rinfusa i falsi poveri che chiedevano l’elemosina, e i veri poveri che si vergognavano a chiederla.
In quanto agli «Strozzini» potevano passare da una classe all’altra, a piacere erano tollerati volentieri in tutte.

   


 

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