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I lucani e il "Cristo" di Levi


di Rocco Mazzarone1

 

 

..., mi chiedi se i lucani hanno letto e leggono il "Cristo si è fermato ad Eboli". 
Quando nel dicembre del 1945, un illuminato industriale torinese, Silvio Turati, me lo offri, non ignoravo del tutto i termini della Questione Meridionale e tuttavia la sua lettura mi affascinò. Non che in quel libro si individuassero nuovi problemi, diversa, invece, era la scrittura, chiara, coinvolgente. 

Rivelatore della condizione del Mezzogiorno interno, era un invito pressante alla riflessione. 
Passai il libro a Rocco Scotellaro che riportò la mia stessa impressione e lo passò ad altri. 

A me non fu più restituito, forse trattenuto da qualcuno che lo ritenne offensivo, calunnioso ed inutile. Come i pochi che lo avevano letto, anche i molti che non l’avevano letto si divisero in due popoli, i favorevoli e i contrari, a Tricarico come altrove in Basilicata dove il libro cominciava a diffondersi ed essere oggetto di controversie.
Lo trovavano offensivo e calunnioso quanti ne avevano interrotto la lettura alla pagina in cui si legge di "medicaciucci" o in quella in cui si racconta che un commesso di farmacia ignorava l’esistenza dello stetoscopio; o nell’altra in cui si ricorda di don Luigino che nella notte di Natale canta Faccetta nera con i suoi amici intorno alla chiesa.

Questi lettori non avvertivano la simpatia e la umana solidarietà, velata di ironia, che Carlo Levi dimostrava verso di noi.
Se molti lucani, peraltro, non avevano accettato il "Cristo", moltissimi, nelle traduzioni che si erano presto moltiplicate nel mondo, lo avevano trovato come inimitabile rivelatore dello stato della nostra società.
Per la sua valenza letteraria e antropologica, il "Cristo" è stato oggetto di attenzione, come pochi altri libri comparsi in quest’ultimo cinquantennio. Ora anche in Basilicata i giovani conoscono il "Cristo", in numero sempre maggiore. Non credo, tuttavia, che siano tutti indotti a leggerlo in chiave storica. 
Quanto alla sua utilità, è indubbio che la sua diffusione ha certamente sollevato l’interesse e sollecitato soluzioni all’annoso problema del Mezzogiorno, divenuto, anche per suo merito, questione nazionale, e in particolare ai problemi della Basilicata. Sicché è veramente poco comprensibile la voglia espressa da alcune parti di "far morire di nuovo" Carlo Levi. Forse a causa della pagina da lui dedicata nel "Cristo" ai Sassi [di Matera] e dei suoi assennati interventi al Senato in loro difesa.

Caduto il fascismo, in quegli anni di attese e di speranze era naturale attendersi messaggi propositivi, e nelle ultime pagine del libro Carlo Levi indica nell’autonomia la soluzione dei problemi denunciati:
"Lo Stato non può essere che l’insieme di infinite autonomie, una organica federazione. Per i contadini, la cellula dello Stato, quella sola per cui essi potranno partecipare alla molteplice vita collettiva, non può essere che il comune rurale autonomo.
E’ questa la sola forma statale che possa avviare a soluzione contemporanea i tre aspetti interdipendenti del problema meridionale: che possa permettere la coesistenza di due diverse civiltà, senza che l’una opprima l’altra, nè l’altra gravi sull’una; che consenta nei limiti del possibile, le condizioni migliori per liberarsi dalla miseria e che infine, attraverso l’abolizione di ogni potere e funzione sia dei grandi proprietari che della piccola borghesia locale, consenta al popolo contadino di vivere, per sé e per tutti .
Ma l’autonomia del comune rurale non potrà esistere senza l’autonomia delle fabbriche, delle scuole, delle città, di tutte le forme di vita sociale. Questo è quello che ho appreso in un anno di vita sotterranea". 

Quanto rimane della sua utopia? Nei primi anni cinquanta i contadini, dopo la disfatta del loro movimento, con una dignità sconosciuta ai loro vecchi padroni, avevano preso la via della emigrazione.
Avevano compreso che, come affermava uno dei contadini intervistati da Rocco Scotellaro, "la terra non figlia" e non era sufficiente a soddisfare la loro aspirazione alla sicurezza, nè si illudevano che potessero sorgere industrie tali da assorbire la folla dei disoccupati. Ora, a mezzo secolo di distanza, per rimanere nella nostra realtà regionale, il cattivo uso della vigente legge maggioritaria, senza una salda educazione all'esercizio della democrazia diretta, può trasformare il sindaco, eletto da una frazione di elettori, in un piccolo despota.

In un incontro indimenticabile, Gaetano Salvemini mi chiese se conoscessi il bilancio del mio comune. Non lo conoscevo.
Quanti di noi siamo in grado di leggere un bilancio comunale e di quali strumenti disponiamo per collaborare nella scelta delle decisioni che impegnano spese, prima che queste vengano prese dal le maggioranze consiliari? I nostri emigrati sanno bene a quante consultazioni, nei cantoni svizzeri, vengono sottoposte le scelte delle amministrazioni locali. 
Lunga è la strada della democrazia. Sono certo che Carlo Levi risponderebbe che sì, stiamo percorrendo appena i primi passi sulla strada della democrazia e quindi è ancora valido il messaggio contenuto nella sua utopia. 

Come in una spirale, in Basilicata i problemi si ripropongono in forme diverse, quando nel 1978 Francesco Rosi gira il suo film. Linuccia Saba, di ritorno dal cinema, dopo la prima, mi disse che il regista avrebbe dovuto intitolare il film "I contadini del sud", che era molto bello, davvero bello, ma che in Gian Maria Volontè non riconosceva il suo Carlo Levi. 
Certo il film non è una pedissequa trascrizione del libro, nè l’aggiornamento del racconto leviano, anche se si ispira ad esso. La stessa utopia leviana sembra non comparire nel film e tuttavia, come in altre opere di Francesco Rosi, è evidente la sofferta denuncia del malessere della società meridionale. 
Il film rimane comunque un capolavoro, almeno a me sembra, anche per le riflessioni che esso sollecita, un messaggio che nel mondo delle immagini va diffuso e offerto soprattutto alla riflessione dei giovani 

_______________________________

1 Già pubblicato in "Paese", trimestrale di informazioni amministrative e di vita locale del comune di Accettura, anno III, 8 gennaio 1998, pp.22-23.; ripubblicato anche nel cd-rom "Alla scoperta di Grassano" dell'Associazione Finisterre - Amici della Poesia di Grassano, anno 2000

 




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