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Rocco Scotellaro, una vita troppo breve


di Cristina Calabrese

 

 

         Rocco Scotellaro nacque a Tricarico [1] da Rocco Vincenzo Scotellaro e da Francesca Armento il 19 aprile del 1923. La sua era una famiglia di piccoli artigiani: suo padre era calzolaio-contadino e proprietario di un piccolo negozio di scarpe, istintivo e naturalmente insofferente di qualunque autorità; sua madre era sarta-casalinga, una popolana dotata di particolare sensibilità, di livello culturale superiore rispetto a quelli del suo ceto, essendo almeno alfabetizzata. Ciò le consentiva di godere di particolare considerazione presso le altre donne del paese, di cui era diventata la scrivana e, in un certo senso, la depositaria dei segreti. Il figlio subì, in ugual misura, il fascino del padre e della madre.

         Dopo aver frequentato le scuole elementari a Santa Croce, presso il vecchio Convento delle Clarisse, per continuare gli studi si trasferì nel Convitto Serafico dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e poi a Cava dei Tirreni; durante il soggiorno presso i frati, oltre che le prime basi culturali, egli vide accentuarsi i suoi sentimenti di solidarietà e di amore per il prossimo, che furono, poi, gran parte del suo socialismo.

La carriera scolastica fu caratterizzata da un continuo peregrinare fra Matera, Tricarico, Potenza, Trento, dove conseguì la maturità classica.

         Nel 1942 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma e, contemporaneamente, cercò di guadagnarsi da vivere con il lavoro di istitutore in un collegio di Tivoli. La guerra e la morte del padre, avvenuta il 14 maggio 1942, causarono il suo rientro a Tricarico e il cambio di università. In qualità di non frequentante scelse prima Napoli e poi Bari; con sommo dispiacere della madre, non riuscì mai a laurearsi.

         Il diretto contatto con la drammatica situazione dei contadini lucani fece maturare la sua adesione al PSI, e la sua iscrizione ebbe luogo il 4 dicembre 1943. La casa di Rocco, in via Roma numero 65, divenne provvisoriamente la sede locale del partito.

         Per tre anni svolse un intenso lavoro sindacale e politico che culminò nella sua elezione a sindaco alle Amministrative dell'ottobre 1946, dopo essersi presentato a capo della lista del Fronte Popolare Repubblicano.
A soli ventitré anni Rocco risultò essere il sindaco più giovane d'Italia. Essere sindaco del suo paese significò quasi una missione: in quella fatica egli profuse tutte le sue forze e tutta la sua fede di credente nella causa del socialismo, che era diventata, per lui, una vera e propria religione, la "religione dei poveri".
Fu sindaco, perciò, col candore, l'ardore e l'amore con cui si è missionari o poeti. Fare politica e fare poesia diventarono, per lui, la medesima cosa; la poesia, sotto questo profilo, doveva servire come strumento di lotta e di emancipazione sociale.

Nel maggio di quello stesso anno Carlo Levi aveva partecipato in Lucania, nella lista di "Alleanza Repubblicana" insieme a Manlio Rossi Doria, Guido Dorso, Michele Cifarelli, alla campagna elettorale per la Costituente e per il Referendum istituzionale.
Fu proprio in questa occasione che avvenne l'incontro fra Rocco Scotellaro e Carlo Levi, e fu lo stesso Scotellaro a presentarlo come candidato durante un comizio svoltosi a Tricarico.
Ebbe inizio dunque una profonda amicizia tra i due, che arrivarono a considerarsi fratellastri, alimentata dalle frequentazioni romane del giovane lucano. Rocco si inserì perfettamente nell'ambiente culturale romano, confermando una personalità singolare e autonoma.
A proposito di questo periodo, la testimonianza resaci da Linuccia Saba, carissima amica di Carlo Levi, sembra essere particolarmente significativa. In un'intervista rilasciata a Roma il 25 giugno 1977 a Luciano Simonelli, Linuccia ricordò il giovane lucano fra la tenerezza e la malinconia, spiegando come, fra i tanti personaggi che incontrò con Carlo Levi, Rocco fu quello che più di tutti le rimase caro:

 "Mi piange il cuore ancora adesso quando penso che è morto tanto giovane, forse più giovane della sua vera età. Aveva ventinove anni. Ricordo che lo affascinava la grande città e quando veniva a Roma da Tricarico, il paese in provincia di Matera di cui era sindaco, stava sempre da noi. La città lo stancava molto. Se voleva riposarsi veniva in camera mia, mi chiedeva se poteva stendersi sul letto e voleva che leggessi le sue poesie. Gli piaceva moltissimo sentirsele leggere.
Quando si sdraiava, teneva i piedi fuori dal letto e non si toglieva le scarpe. Io non capivo perché e gli dicevo sempre: "Togliti le scarpe, stai più comodo". "No, no, sto bene così", rispondeva.

Un giorno però insisti e insisti, lui se le è tolte: non aveva i calzini, poveretto. Era sindaco di Tricarico, ma era così povero che non poteva permettersi neppure i calzini. Ricordo anche con molta tenerezza quando lui scoprì la bistecca.
Non ne aveva mai mangiate e un giorno, in un ristorante, sentendo che la ordinavo per me, volle imitarmi e ne chiese una anche lui. Quando la vide sul piatto gli fece un effetto immenso. Cominciò a mangiarla e gli piacque enormemente. Continuava a ripetere che doveva farla assaggiare a sua madre. Avevamo alle spalle un cameriere che doveva servire il vino. Appena questi fece per versarne un po' nel mio bicchiere, Rocco gli strappò di mano la bottiglia, esclamando: "La bistecca sì, ma il vino lo versano gli amici!". In quel momento capii che Rocco era un capo, perché aveva detto quella frase in un modo talmente sicuro che soltanto uno nato per comandare poteva avere e il cameriere non reagì".
[2] 

   Nel gennaio 1947, nominato dal partito ispettore regionale per il lavoro giovanile in Basilicata, impostò un'energica azione organizzativa e di rinnovamento per rimuovere le incrostazioni e l'immobilismo della vecchia classe dirigente locale. L'azione che ha meglio qualificato il suo operato di amministratore fu la fondazione dell'Ospedale Civile di Tricarico, inaugurato nell'agosto del 1947. "Egli non inventò l'ospedale; inventò invece, nel 1947, la maniera di trasformare un'azione amministrativa in movimento di partecipazione popolare"[3]. Queste furono le parole di Rocco Mazzarone, concittadino e sincero amico di Scotellaro.

Le elezioni politiche del 18 aprile 1948 conferirono alla Democrazia cristiana una clamorosa vittoria a scapito del Fronte popolare nel quale erano schierati socialisti e comunisti. La grande delusione per l'esito elettorale ispirò a Scotellaro la composizione di Pozzanghera nera il diciotto aprile:

Carte abbaglianti e pozzanghere nere...
hanno pittato la luna sui nostri muri scalcinati!

I padroni hanno dato da mangiare
quel giorno, si era tutti fratelli,
come nelle feste dei santi
abbiamo avuto il fuoco e la banda.

Ma è finita, è finita, è finita
quest'altra torrida festa
siamo qui soli a gridarci la vita
siamo noi soli nella tempesta.

E se ci affoga la morte
nessuno sarà con noi,
e col morbo e la cattiva sorte
nessuno sarà con noi.

I portoni ce li hanno sbarrati
si sono spalancati i burroni.

Oggi ancora e duemila anni
porteremo gli stessi panni.

Noi siamo rimasti la turba
la turba dei pezzenti,
quelli che strappano ai padroni
le maschere coi denti.[4]

 

La lettera delle dimissioni da sindaco di Rocco reca la data del 2 giugno 1948. I diciotto mesi dell'amministrazione comunale da lui presieduta e il conseguente delicato e complesso lavoro politico, furono riferiti in una relazione inviata al Comitato provinciale del Fronte popolare:

                "(...) io personalmente dovevo essere nello stesso tempo il Sindaco, l'organizzatore sindacale e politico, l'assistente sociale. Ed è pure utile che io accenni per sommi capi a quello che abbiamo fatto: risanato il bilancio, eseguito lavori di strada di campagna, condotti in economia i servizi della nettezza urbana e delle imposte di consumo; (...) riuscite pressioni per la costruzione di un ponte sul Bilioso richiesto dai contadini da più di cento anni (...). Abbiamo riaffittato zone di pascolo, (...) vi sono state le concessioni delle terre che hanno tratto dalla fame più di cento poveri braccianti (...). È stata istituita una refezione scolastica frequentata da quattrocento alunni. Sette corsi popolari serali mantenuti da noi contro i due del Ministero (...). Abbiamo dato infine la possibilità del funzionamento di un ospedale a Tricarico" [5].

             Nel novembre dello stesso anno, però, le elezioni furono ripetute e Scotellaro fu riconfermato sindaco. In quello stesso periodo riprese con vigore il movimento per l'occupazione delle terre, un movimento di riscossa popolare, di braccianti, di contadini e di donne con bambini al seno. Durante una di queste sommosse fu ucciso Giuseppe Novello, un bracciante di Montescaglioso.

            Rocco Scotellaro fu colpito dalla drammaticità di questo evento, tanto che compose una poesia che dedicò alla vedova del bracciante, intitolata Montescaglioso:

 

 Tutte queste foglie ch'erano verdi:
si fa sentire il vento delle foglie che si perdono
fondando i solchi a nuova bella terra macinata.

Ogni solco ha un nome, vi è una foglia perenne
che rimonta sui rami di notte a primavera
a fare il giorno nuovo.

E' caduto Novello sulla strada all'alba,
a quel punto si domina la campagna,
a quell'ora si è padroni del tempo che viene,
il mondo è vicino da Chicago a qui
sulla montagna scagliosa che pare una prua,
una vecchia prua emersa
che ha lungamente sfaldato le onde.

Cammina il paese tra le nubi, cammina
sulla strada dove un uomo si è piantato al timone,
dall'alba quando rimonta sui rami
la foglia perenne in primavera[6].

 

         Fondamentale per la formazione di Scotellaro fu la collaborazione data a Peck per lo studio della comunità di Tricarico, e a Friedmann, che accompagnò per i paesi della Basilicata alla ricerca di un campione ideale per la sua indagine sul mondo contadino; nonché il legame con il "Movimento di Comunità" di Adriano Olivetti, dal quale per un certo periodo ricevette un contributo a metà strada fra il sussidio e la borsa di studio.

         L'8 febbraio del 1950 avvenne l'episodio più sconcertante, perché, accusato di omissioni di atti d'ufficio e di interesse privato in atto pubblico, Rocco fu arrestato e rinchiuso nelle carceri di Matera, dove rimase per quasi 50 giorni.
 Il 24 marzo 1950 la Sezione Istruttoria della Corte d'Appello di Potenza non solo lo prosciolse ordinandone la scarcerazione "per non aver commesso il fatto" e "perché il fatto non costituisce reato", ma parlò chiaramente di "vendetta politica"[7].

         Durante questo triste periodo potè sempre contare sulla fraterna e sincera amicizia di Carlo Levi e sulla solidarietà di Giulio Einaudi e di tanti altri amici.

         Va datata in questo periodo la composizione de L'uva puttanella, il romanzo o "memoriale" autobiografico, definita come opera frammentaria più che incompiuta. Non sappiamo se Scotellaro avesse in mente fin dall'inizio una vera e propria autobiografia o piuttosto un diario di memorie, la cosa certa è che egli credette in quest'opera, definita da molti il Cristo si è fermato a Eboli di Scotellaro.

          Nel maggio 1950 si dimise dalla carica di sindaco nella quale era stato presto reintegrato dopo il carcere, e partì da Tricarico per Roma dove lavorò per qualche mese da Einaudi. Lasciò l'Italia per raggiungere prima l'Inghilterra e poi gli Stati Uniti.

          Il vivissimo interesse nei confronti della società e delle culture contadine del Mezzogiorno determinò in seguito il suo ritorno in Italia. Nello scritto I contadini guardano l'aria[8] Scotellaro ha focalizzato l'attenzione su una tesi esposta da Friedmann prima di lui, cioè quella di primogenitura del mondo contadino. I contadini sono i primi generati, perché il primo lavoro umano è stato quello di sollevare la zolla: il loro lavoro produce il pane e il vino, lo stesso pane e vino che nella religione cristiana rappresentano il corpo e il sangue di Gesù Cristo.

          Egli ha affermato che i contadini si muovono entro un universo in cui gli elementi fondamentali sono la terra e il cielo. La terra rappresenta naturalmente la madre, il cielo è invece un bambino capriccioso, che può diventare padre fecondando la terra per via della pioggia. I contadini però guardano con sospetto il cielo, perché quest'ultimo presenta il carattere dell'imprevedibilità. La terra madre e il cielo padre costituiscono i quadri cosmologici e gli elementi focali dell'esistenza di un popolo. Il mondo contadino è descritto come un mondo chiuso da un patto incrollabile che non ha paragoni nel mondo borghese o industriale. In questo scritto è affermata la consapevolezza e la fierezza dei contadini, ma anche la loro combattività intelligente, che contrasta con tutta una "vecchia storia del conservatorismo contadino". Rocco ha spesso ripreso il motivo del risveglio, della riscossa dei contadini, espresso anche in quella che Carlo Levi ha definito una Marsigliese[9] del movimento contadino, il componimento Sempre nuova è l'alba:

 

Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all'ilare tempo della sera

s'acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna,

l'oasi verde della triste speranza,

lindo conserva un guanciale di pietra.

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova

perché lungo il perire dei tempi

l'alba è nuova, è nuova.[10]

 

       I contadini sono i padri operosi dell'umanità e per questa si sacrificano e sopportano da sempre, proprio come dei buoni padri. Guardano l'aria e da questa riescono a predire il tempo la mattina, riescono a presagire se c'è qualcosa di nuovo. La descrizione del mondo contadino da parte di Scotellaro, oltre che reale, esprime un'autenticità di sentimenti che conferiscono più di tutto poeticità alla sua opera. Rocco entrava ogni giorno in quel mondo, non violandone gli statuti, ma rispettandoli: lo ha compreso, amato, ed è riuscito a farsene interprete.

         La volontà di lasciare Tricarico però maturò in Rocco sempre di più. Manlio Rossi Doria, a cui era stato presentato da Carlo Levi, lo chiamò a Portici presso l'Osservatorio di Economia Agraria, dove partecipò alla stesura degli studi preliminari del Piano regionale per la Basilicata, curando la parte relativa ai problemi igienico-sanitari, l'analfabetismo e la scuola.

       Nel 1952 accettò la candidatura per la provincia alle elezioni di maggio, senza però riuscire ad essere eletto. All'inizio di dicembre dello stesso anno fece un viaggio in Calabria con Carlo Levi per verificare sul posto gli effetti della Riforma Agraria.

         Dopo aver viaggiato per i paesi della Basilicata e della Puglia con il fotografo Maraini, incontrò a Bari Vito Laterza, che gli propose di realizzare un libro sulla cultura dei contadini meridionali. Qualche tempo dopo Rocco consegnò la bozza di un primo schema di lavoro intitolato Per un libro su i contadini e la loro cultura, nel quale affermava: “I contadini dell'Italia meridionale formano ancora oggi il gruppo sociale più omogeneo e antico per le condizioni di esistenza, per i rapporti economici e sociali, per la generale concezione del mondo e della vita” [11].

       Egli scelse come metodo di ricerca quello delle interviste e dei racconti autobiografici perché voleva far parlare i diretti interessati in prima persona. L'indagine fu condotta in Campania, Calabria, Basilicata e Puglia.

         Le quattro vite ultimate e pubblicate in Contadini del Sud riguardano contadini di Tricarico e della frazione di Calle. Procedendo nel suo lavoro, Rocco acquistò consapevolezza della varietà e complessità del mondo contadino, e per questo decise di non realizzare un'inutile ricerca estensiva, ma prese a studiare e analizzare alcuni ambienti particolari per poi rappresentarli attraverso vite diverse e interviste individuali.

         Nonostante l'inchiesta abbia rappresentato un'iniziativa di tipo scientifico, l'autore  rimase comunque poeta: la ricerca sociologica, proprio come la vita caratterizzata da speranze e delusioni, risulta essere materia di ispirazione atta a diventare poesia.
Delle cinque vite pubblicate soltanto quella del bufalaro fu scritta interamente da Scotellaro, le altre quattro furono dettate o scritte direttamente dai protagonisti. Queste ultime riguardano persone reali di Tricarico: Antonio Laurenzano, piccolo affittuario; Andrea Di Grazia, coltivatore diretto; Michele Mulieri, contadino-artigiano indipendente e anarchico; Francesco Chironna, mezzadro, innestatore e potatore, indipendente politicamente.

          Anche questo lavoro è rimasto incompiuto, a causa dell'improvvisa e prematura morte di Scotellaro.  Al 13 dicembre 1953 risale la sua ultima poesia, dedicata alla madre, Tu sola sei vera:

 

Colei che non mi vuol più bene è morta.

È venuta anche lei
a macchiarmi di pause dentro.

Chi non mi vuol più bene è morta.

Mamma, tu sola sei vera.

E non muori perché sei sicura.  [12]

 

          La sera del 15 dicembre Rocco morì a Portici, stroncato da un infarto, nel fiore degli anni e nel pieno della sua attività di scrittore. La notizia della sua morte procurò alla sua gente un immenso dolore, e il lamento funebre con il quale il feretro fu accompagnato ne ha rappresentato l'emblematica testimonianza.

         Cominciò allora l'opera fedele di tutti gli amici di Scotellaro e, in primo luogo, di Carlo Levi, Rocco Mazzarone e Manlio Rossi Doria, che cercarono di raccogliere tutta la sua produzione in versi e in prosa. Nel 1954 uscì E' fatto giorno, raccolta di versi a cui fu assegnato, nello stesso anno, il premio Viareggio. Sempre al 1954 risale la pubblicazione di Contadini del Sud e, al 1955, quella de L'uva puttanella.

         Pur morto molto giovane, Rocco aveva disseminato di poesie tutti i giornali e le riviste d'Italia cui era potuto arrivare. Identificato come il poeta-contadino, ovvero come il poeta-sindaco di Tricarico, si diede avvio nel giro di pochi mesi al "caso" Scotellaro e alla sua conseguente mitizzazione. 

 


[1] Le notizie biografiche sono tratte da: F. VITELLI, Notizie biografiche, in R. SCOTELLARO, E’fatto giorno, Milano, Mondadori, 1982, pp. 28-30, e da: G. CASERTA, Storia della letteratura lucana, Venosa, Osanna, 1993, pp. 341-344.

[2] L. SIMONELLI, Pagine sparse per un Diario del Novecento, in: http://www.simonel.com/diario2/pag1.html

[3] R. MAZZARONE, in Scotellaro trent’anni dopo. Atti del Convegno di studio (Tricarico-Matera, 27-29 maggio 1984), Matera, Basilicata editrice, 1991, p. 12.

[4] R. SCOTELLARO, È fatto giorno, cit. p. 71.

[5] R. SALINA BORELLO, A giorno fatto, Matera, Basilicata editrice, 1977, p. 15.

[6] R. SCOTELLARO, Margherite e rosolacci, a cura di F. VITELLI, Milano, Mondadori, 1978, p. 66.

[7]  R. SCOTELLARO, E’ fatto giorno, cit. p. 29.

[8] R. SCOTELLARO, I contadini guardano l’aria, in Omaggio a Scotellaro, a cura di L. MANCINO, Manduria, Lacaita, 1974, p. 18.

[9] C. LEVI, Prefazione a R. SCOTELLARO, E’ fatto giorno, Milano, Mondadori, 1954, p. 11.

[10] R. SCOTELLARO, E’ fatto giorno, cit. p. 82.

[11] M. ROSSI DORIA, in Omaggio a Scotellaro, cit. p. 270.

[12] R. SCOTELLARO, E’ fatto giorno, cit. p. 46.

 




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