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Annotazioni a margine del "Cristo si è fermato ad Eboli"


di Cristina Calabrese

 

 

In calce al testo del "Cristo si è fermato a Eboli"  Levi appose il luogo e la data di composizione: "Firenze, dicembre 1943-luglio 1944"[1].

Ne "L'orologio" ricordò quel luglio, spiegando quali erano le condizioni materiali del proprio lavoro: "Fascisti e tedeschi mi cercavano, e io passavo gran parte del giorno in una casa segreta, con carte false e falso nome; e scrivevo, seduto a un piccolo tavolino, vicino alla finestra. La piazza Pitti si ergeva davanti a me"[2]. Oltre a Levi erano ospiti di quella casa-pensione Linuccia e Umberto Saba. Nella lettera-prefazione scritta dall'autore all'editore è spiegato come il Cristo fu "dapprima esperienza" e infine "apertamente racconto, quando una nuova analoga esperienza, come per un processo di cristallizzazione amorosa, lo rese possibile"[3].

Carlo Levi - AutoritrattoAlcuni critici hanno inteso, come lettura esatta di questo passo, che il libro nacque nella coscienza del grande mutamento che si stava realizzando nella storia d'Italia attraverso la Resistenza; esso quindi va considerato come una forzatura dell'autore, poiché i tempi di composizione del Cristo sono diversi da quelli indicati in calce alla stampa.

Il manoscritto, che Levi regalò a Anna Maria Ichino, la padrona della casa di Firenze, e che questa poi vendette, è conservato presso lo Harry Ransom Humanities Researches Center dell'Università del Texas, ad Austin[4].
La responsabile del Centro ha reso noto che contiene un'unica stesura del Cristo con varianti e correzioni, le quali risultano essere definitive; consta di 330 fogli manoscritti, su alcuni dei quali sono registrate delle date: sul foglio I, il 26 novembre 1940; sull'ultimo foglio, il 18 luglio 1944.
Ciò significa che il libro non fu scritto tutto a Firenze, ed è probabile che le date in calce al testo stampato si riferiscano al periodo della stesura della parte finale e della sua rielaborazione[5].
Poiché la concomitanza testimoniata da Levi fra l'esperienza resistenziale e il racconto dell'esperienza lucana cade perché contraddetta dalle indicazioni cronologiche del manoscritto, vi è stata vista un'intenzione precisa da parte dell'autore.
Si è insinuato che uno scrittore antifascista come Levi, impegnato clandestinamente nella Resistenza, potesse aver tratto un vantaggio di natura psicologica e morale dalla certezza della sconfitta imminente del fascismo[6].

Queste restano, di fatto, delle supposizioni, e quali siano stati i reali motivi di questa incongruenza a noi non è dato saperlo.
Altre modificazioni cronologiche[7] si possono individuare nella datazione degli avvenimenti accaduti durante il periodo del confino. Ad esempio egli non giunse ad Aliano ad agosto, come si apprende dal libro, ma, come si è detto, il 18 settembre 1935.
Ad agosto, e precisamente il 3 agosto, giunse a Grassano. Possiamo notare infatti come nelle poesie relative al periodo di confino[8], Levi non parli di Aliano prima del settembre 1935, proprio perché prima non c'era mai stato. I brani del Cristo preparati dalle poesie non sempre furono ambientati nello stesso periodo in cui queste ultime furono scritte: possiamo citare ad esempio la poesia "Suonano le campane" del 7 settembre 1935, confrontandola con il passo del romanzo in cui ritorna il suono della campana di una chiesa[9]; risulta che, mentre la poesia fu scritta a Grassano, il passo del romanzo è collocato a Gagliano[10].

Probabilmente Levi fece iniziare il Cristo col suo arrivo ad Aliano perché non si voleva addentrare nei motivi per cui dovette lasciare Grassano, cioè a causa della visita di sua cugina Paola Olivetti Levi e della derivante insinuazione che tra i due intercorresse una relazione amorosa.
Alla luce di questi dati è lecito domandarsi come mai l'autore abbia collocato un episodio in un luogo o in un momento diverso da quello in cui è realmente accaduto.
La risposta a questi interrogativi ce la fornisce lo stesso Levi nel momento in cui insiste sull'assenza del tempo in Lucania e ci descrive quella regione come una terra in cui il tempo non scorreva, era immobile, ciò che vi accadeva era eterno e immutabile, e ci spiega come tutta la storia fosse passata accanto agli abitanti di quella terra senza toccarli.
La durata in quel luogo era una categoria di cui non si conoscevano le regole, tutto ciò che accadeva era la ciclica ripetizione dell'identico e non esisteva un vero mutamento. Si può dunque ritenere che sia stata questa particolare situazione di atemporalità a consentire all'autore di modificare o spostare il luogo o il momento in cui un singolo episodio si è svolto.
Emerge dunque il rapporto fra passato e presente, memoria e scrittura. La memoria custodisce il passato, la scrittura lo svincola dalla memoria, ne organizza i ricordi in un organismo unitario e alquanto episodico.

 L'originalissima pagina introduttiva, che fa da prologo racconto, definisce la destinazione del viaggio. Si trova subito indicato il significato paradigmatico di Eboli come confine del mondo cristiano:
-Noi non siamo cristiani,- essi dicono, -Cristo si è fermato a Eboli-. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l'espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. (...). Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. (...) Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione la Storia. (...) [11].
Questa sequenza di privazioni storiche, rilevate da Levi al di là di Eboli, che è un altro mondo, dove non si sono inoltrati i grandi viaggiatori e neppure Cristo è disceso, svolge una funzione cardinale nel rapporto instaurato tra passato e presente nella lievitazione memoriale della realtà nella elaborazione culturale del vissuto e nel passaggio dalla realtà al simbolo[12].
Si possono riconoscere connotati specifici di una figura retorica classica, l'amplificatio[13], per cui uomini e cose reali vengono sottratti al tempo storico.
Attraverso l'amplificatio si attua la separazione netta della civiltà contadina da ogni forma di civiltà storica e quindi si ottiene l'estensione di essa ad ogni forma di civiltà rimasta fuori dalla storia: la Lucania, come si è detto, costituirà il modello di altre Lucanie. Eboli, punto di confine del passaggio in Lucania, assurge a simbolo di tale separazione, valevole per le molte altre separazioni che si verificano nel mondo[14].

Nel Cristo Levi guarda in due direzioni: al mondo lucano, che è oggetto del racconto senza esserne il destinatario, e al mondo civilizzato, destinatario del racconto ma che ignora del tutto il mondo lucano. In qualche modo egli fece da tramite fra i due mondi, cosa che sembra assimilare il Cristo al genere letterario dei libri di viaggio.

L'ombra dell'ignoto, ed il conseguente disgusto da parte del “forestiero”, si riversa nel divario esistente tra due tempi e spazi lontani, inconciliabili: Torino e Aliano, due patrie divise da secoli di storia e da immobilità di spazi. Il miracolo del loro congiungimento non poteva venire dalla ragione, dalla fredda, lucida spiegazione propria della ragione, ma dal sentimento universale della fratellanza degli uomini, frutto della reciproca conoscenza, pur permanendo l'alterità dei due mondi, anzi possibile solamente nella permanenza attiva di quella insuperabile dualità.
Accolto dalla diffidenza iniziale della popolazione, mediata dai "luigini" locali, i piccoli gerarchi del regime, che tesero da una parte a mantenere il confinato politico nell'isolamento cui era stato destinato e dall'altra a fare bella mostra oltre che della fedeltà al regime, della loro raffinatezza e cultura, Carlo Levi penetrò a poco a poco nelle case dei contadini grazie alla sua professione di medico, che tornò utile nel reale isolamento di Aliano.

In questo libro l'autore non viaggia, propriamente parlando, ma racconta di un'esperienza fuori del tempo e dello spazio consueti; inoltre, nel suo carattere di denuncia, il libro ha un andamento anche saggistico; come documento dell'acquisizione di autocoscienza da parte del suo autore è un'autobiografia storica; mentre, in quanto scoperta di un mondo altro da quello civile, alcuni critici hanno voluto vederci un probabile influsso di letteratura decadente.
Altri critici, escludendo ogni addebito di decadentismo, hanno invece respinto l'immagine della Lucania di Levi come favola letteraria.
La condizione psicologica del Levi viaggiatore ha trovato la sua realizzazione nel visitare i luoghi abbandonandosi al ritmo della vita che vi scorreva, evitando di documentarsi prima, cioè ha rifiutato intermediazioni culturali fra l'occhio, il sentimento e le cose[15]. Se si vuole ascrivere il Cristo al genere letterario dei libri di viaggio, bisogna anche pensarlo nella sua natura composita di genere aperto, di contenuti e forme vari e dotato di una struttura aggregazionale[16]. Questo ha fatto sì che esso tendesse ad inglobare generi autonomi ma contigui, come il romanzo-documento, il libro-inchiesta, il diario intimo e intellettuale, in cui l'esperienza del viaggio può essere a sua volta compresa come sua parte.
Nel panorama della letteratura italiana del Novecento, la novità pressoché esclusiva del Cristo consiste in questa originale bivalenza di un testo, che contiene sia la forza intatta del documento sia la necessità di una assolutezza di messaggio umano di poesia[17].

La vastissima eco suscitata dall'apparizione del libro nel 1945, e ben presto diffusasi in altri paesi negli anni successivi, non è dovuta soltanto all'eccezionalità del materiale antropologico, ma anche alla straordinaria aderenza dello scrittore a un modello di esistenza e di convivenza che risulta a un tempo preistorico e utopico, arretrato e avveniristico. Il libro rispondeva anche a un'esigenza di riflessione collettiva in un periodo in cui la letteratura si configurava come lo strumento più adatto per il ripensamento del passato e la comprensione del presente.
Per questi motivi il Cristo venne sovraccaricandosi di valenze e di incombenze veramente esorbitanti, e fu posto al centro di un dibattito che risulta tra i più vivaci del dopoguerra.
Secondo la testimonianza di Fortini non c'era mai stato nella storia del nostro paese un più furioso bisogno di spiegazioni, di interpretazioni, di parole, come all'indomani della guerra, tanto che gli scrittori furono investiti da una incredibile responsabilità pubblica: "Insieme all'agitatore politico, al giornalista, al regista, lo scrittore fu per tutte le categorie di italiani (...) un testimone e un informatore di speranze"[18].

Ogni autore italiano che abbia affrontato il tema dell'arcaico e del primitivo ha dovuto necessariamente misurarsi con D'annunzio[19]; Levi non è stato da meno e lo stesso Cristo offre direttamente l'esempio della chiave di lettura di D'annunzio da parte sua, chiave che può essere definita come "controtendenza".
Queste considerazioni possono essere dedotte dalla descrizione dell'episodio in cui fu rappresentata la dannunziana "Fiaccola sotto il moggio", interpretata da attori popolari ma professionisti.
Gli attori che recuperano il mondo autentico, che D'annunzio aveva scoperto e contemporaneamente occultato entro la veste estetizzante, esemplificano l'operazione che Levi ha fatto nel Cristo: muoversi in senso inverso a quello dannunziano eliminando la veste retorica con cui l'autore abruzzese offriva al pubblico borghese una rappresentazione "accettabile" del mondo contadino, per recuperarne la verità tragica e renderla accessibile agli intellettuali progressisti.
Quella che è stata chiamata la sua "controtendenza" consiste nella lettura di un autore contro lo spirito dello stesso: D'annunzio in chiave antidannunziana. D'annunzio nel Cristo c'è e non c'è: come suggeritore di temi e atmosfere sì, ma come ideologia e linguaggio no[20].

La perfezione stilistica e la maturità ideologica del Cristo si è fermato a Eboli hanno suscitato stupore per il ritardo con il quale si sono manifestate in quest'opera, che costituisce un unicum nella letteratura di quel periodo proprio per la sua struttura composita di opera mista: il taglio saggistico si integra con l'afflato testimoniale, il documento trova anche il supporto della fantasia, la memoria è stimolata dagli accorgimenti della favola, la realtà si intreccia con la magia[21].
In effetti è proprio questo ritardo che definisce l'entità e la natura del distacco leviano da ogni tipo di sollecitazione letteraria dominante nel Novecento italiano.
I contatti avuti con la cultura europea negli anni della clandestinità posteriori al confino, la vasta esperienza pittorica, la passione libertaria misuratasi con la civiltà dell' "uomo occidentale", hanno accumulato nella coscienza di Levi una quantità veramente unica di esperienze e di acquisizioni, non bisognose d'altro che dell'evento decisivo per l'autonoma prorompente ragion d'essere dell'opera letteraria[22].
Così, sul filo della memoria lo scrittore può non solo ritessere gli avvenimenti del passato, che designano l'aspetto documentario del Cristo, ma anche fissare la "contemporaneità infinita e poetica dei tempi e dei destini"[23], che imprime la funzione simbolica di un paradigma di storia ideale eterna dell'umanità a quei contenuti memoriali.

Chi era dunque quell'io, che si aggirava, guardando per la prima volta le cose che sono altrove, nascosto come un germoglio sotto la scorza dell'albero, tra quelle argille deserte, nella immobilità secolare del mondo contadino, sotto l'occhio fisso della capra?[24]
Quello era l'io leviano, che rincorreva se stesso per rigenerarsi come intellettuale e per ritrovarsi come artista intero in un'umanità non più divisa.
Allora quel mondo fuori della storia e del tempo fece comprendere a quel "giovane ignoto e ancora da farsi, che il caso e il tempo avevano spinto laggiù"[25] gli scenari di una tragedia per secoli consumata senza teatro, cioè fece comprendere meglio la stessa storia e lo stesso tempo.

Quella terra gli rivelava nella realtà
non soltanto un paese ignoto, ignoti linguaggi, fatiche, dolori, miserie e costumi, non soltanto animali e magia, e problemi antichi non risolti, e una potenza contro il potere, ma l'alterità presente, l'infinita contemporaneità, l'esistenza come coesistenza, l'individuo come luogo di tutti i rapporti, e un mondo immobile di chiuse possibilità infinite, la nera adolescenza dei secoli pronti ad uscire e muoversi, farfalle dal bozzolo; e l'eternità individuale di questa vicenda, la Lucania che è in ciascuno di noi, forza vitale pronta a diventare forma, vita, istituzioni, in lotta con le istituzioni paterne e padrone, e, nella loro pretesa di realtà esclusiva, passate e morte[26].

Si è già detto che una delle accuse più ricorrenti mosse a Levi fu quella di aver mitizzato in maniera idillica la civiltà contadina, praticamente teorizzando la necessità di salvarla e quasi proteggerla dalle contaminazioni esterne. Queste accuse sono state poi fermamente respinte da molti commentatori dell'opera leviana; tuttavia, per il fatto stesso che simili ipotesi siano state avanzate ed abbiano resistito tanto a lungo, probabilmente vi trovarono un qualche fondamento nello stesso Levi. L'autore infatti, tradito forse dalle sue parole, o dalla sua tendenza a favoleggiare sui dati della realtà, finì col dare spazio e alimentare l'equivoco.
Forse, egli avrebbe dovuto meglio distinguere tra "civiltà" e "condizione" contadina.
Avrebbe dovuto anche spiegare meglio che cosa intendeva dire quando proclamava che la civiltà contadina non aveva nulla di inferiore alla civiltà comunemente intesa, anzi, in contrasto con alcuni meridionalisti, anche meridionali, invitava a riflettere che "se si considera la civiltà contadina una civiltà inferiore, tutto diventa sentimento di impotenza o spirito di rivendicazione; e impotenza e rivendicazione non hanno mai creato nulla di vivo"[27].

Certamente si trattava di nobili affermazioni, che acquistavano tanto più valore, quanto più a pronunciarle era un intellettuale del Nord.
Ma che cosa significava "civiltà contadina"? E fino a che punto era possibile distinguerla, almeno nel Sud, dalla "condizione contadina", cioè dall'ignoranza, dalla miseria, dalla magia e dalla superstizione, cioè dall'irrazionalismo e dal degrado, certamente materiale ma anche spirituale e morale?
Non si vuole certo mettere in dubbio l'impegno meridionalistico di Carlo Levi, tutto proteso a favorire il riscatto meridionale. Il Cristo si è fermato a Eboli, anzi, sotto questo aspetto, è un libro fondamentale all'interno della letteratura meridionalistica; e lo è in modo tanto più vigoroso e duraturo nel tempo, quanto più esso si sostiene su indiscussi valori letterari e poetici. In tal senso è stato paragonato all'opera di Giovanni Verga, di cui Levi dovette subire evidenti influssi.

E' possibile, infatti, individuare molto di verghiano e della pietà amara del Verga nello sguardo distaccato e aristocratico con cui Carlo Levi, favorito anche dalla sua condizione di forestiero, accompagnava quello che era nato come una sorta di studio sincero e spassionato della condizione contadina, cioè come un saggio e non come opera narrativa[28].
Come Verga, anche lui, nella logica di quei "vinti", non leggeva alcuna immediata speranza di riscatto e alcuna fede. L'unica consolazione, per quegli uomini, era un'istintiva autodifesa, che prendeva la forma della rassegnazione.
Come in Verga, anche per i personaggi di Levi, fin che si adotti il loro punto di vista, tutto è destino e fato; non così, ovviamente, era dal punto di vista dello scrittore, che, di formazione, per dir così "illuministica", confinato politico, partigiano militante del Partito d'Azione, sapeva che qualcosa si può e si deve sempre fare.

Grazie al Cristo faceva per la prima volta il suo ingresso nella questione meridionale il problema delle plebi rustiche del Sud "come portatrici di determinate tradizioni culturali e non soltanto come semplici classi economiche"[29]. Gli aspetti magici e primitivi delle campagne lucane erano trattati da Levi come un universo arcaico dotato di profondi valori positivi da capire e da utilizzare magari per una nozione di progresso e di civiltà diversa da quella costruita dai signori.
La distinzione tra Levi "personaggio" e Levi "narratore" può servire a risolvere l'apparente aporia tra la scienza di Levi e la magia del mondo contadino[30].
Il personaggio si cala nella realtà magica ignorando le categorie di cui si è sempre avvalsa la cultura egemone, la quale non si rendeva conto che proprio in questa liquidazione dell'irrazionalità consiste il più insormontabile ostacolo alla comprensione storica di essa.
Il narratore invece fa oggetto della finzione letteraria l'esperienza di quel mondo comprensivo di mito e di leggenda, di folklore e di magia, per rappresentarne la tipicità in omaggio alla lucidità della scienza[31].

Lo stato d'animo dell'autore nei confronti di questo mondo è duplice: di attrazione e di repulsione, di simpatia e di rifiuto.
Questa è l'ambiguità da cui scaturisce fondamentalmente il fascino del racconto, perché il volto di questa realtà è ambiguo: per un verso presenta il dolore esistenziale e la miseria materiale, per un altro verso nasconde peculiarità insolite, dalla forza morale nella rassegnazione alla solidarietà nella sofferenza, all'ansia di giustizia nella degradazione.
L'autobiografismo leviano, d'altro canto, non si risolve nell'io autobiografico decadente, che si pavoneggia nel gioco narcisistico delle proprie epifanie, ma è un personaggio tra gli altri personaggi[32].
Il viaggio d'incontro fra i due mondi, quello civilizzato e quello arcaico, non è indolore; di quando in quando si insinua un suggestivo e leggero filo di disagio, di spleen[33], che avvolge di tristezza quella minuta quotidianità elementare. Di qui la rilevanza pittorica che assume nella poetica leviana il paesaggio, mai ridotto a semplice cornice delle vicende ma colmo della tensione lirica e realistica della memoria narrante.

Per far risaltare l'eccezionale esperienza di un mondo fuori del tempo, Levi ha posto all'inizio e alla fine del volume due viaggi, l'andata e il ritorno, in modo che il testo convergesse interamente sul tema contadino. Per conferire durata narrativa a quel mondo extratemporale, ha costruito l'opera sul tempo dell'autobiografia in modo che tutto ciò che accadeva in quel paese fuori del tempo fosse indissolubilmente legato al soggiorno del protagonista-narratore.
D'altro canto questo tipo di tempo risulta debole, insufficiente a determinare una scansione del libro in parti o capitoli: vi sono molti "a capo pagina" che fanno pensare a una divisione in capitoli, ma questi non sono numerati, e il dettato è spezzato frequentemente da spazi bianchi; il tutto per separare nuclei a contenuto tematico e andamento stilistico molto vario.
Si tratta dunque di un libro a struttura aperta, montato per aggregazione di nuclei e tenuti insieme da una struttura narrativa funzionale proprio perché debole[34].

La difficoltà che si può incontrare nel definire il genere letterario a cui apparterrebbe il Cristo potrebbe derivare da questo: anziché i contorni precisi di un oggetto Levi vede quelle qualità che lo accomunano agli altri, per cui rimescola sempre le carte o le giustappone. Contrariamente ai decadenti che scrivono per cercare di sapere, Levi sa tutto in partenza; e se pure scopre un mondo nuovo, sa perché lo interessa: la sua istanza di fondo è comunicare i contenuti della scoperta, e questo implica una prospettiva ideologica[35].

Il Cristo, nella sua natura di romanzo sui generis, risente della distruzione novecentesca del realismo ottocentesco, che si serviva di sociologia, storia, politica, antropologia, psicologia, per raccogliere e valutare dati senza però tradursi in racconto[36].

Il libro si è rivelato essere un atto d'amore profondo, a lungo covato; fu facile dunque che diventasse anche un'opera di poesia, poiché la denuncia, perduto il suo carattere immediato a favore della Lucania storica, diventava un invito e un messaggio di amore e di fratellanza per tutta l'umanità di ogni luogo e di ogni tempo, cioè per tutte le Lucanie che sono e saranno al mondo.

_____________________________

[1] C. LEVI, Cristo si è fermato a Eboli, cit. p. 235.

[2] C. LEVI,  L’orologio, Torino, Einaudi, 1950, p. 44.

[3] C. LEVI, L’autore all’editore, in Cristo si è fermato a Eboli, cit. pp. VII-IX.

[4] G. FALASCHI, Cristo si è fermato a Eboli, in Letteratura italiana. Le opere. Vol. IV. Il Novecento. Torino, Einaudi, 1996, p. 466.

[5] Ivi, p. 467.   

[6] Ibidem.

[7] D. SPERDUTO, Modificazioni cronologiche nel Cristo si è fermato a Eboli, in “Esperienze letterarie”, anno 20 (1995), n. 2, p. 89-93.

[8] C. LEVI, Poesie inedite, 1934-1946, Roma, Mancosu, 1990.

[9] C. LEVI, Cristo si è fermato a Eboli, cit. p. 57.

[10] D. SPERDUTO, Modificazioni cronologiche nel Cristo si è fermato a Eboli, in “Esperienze letterarie”, anno 20 (1995), n. 2, p. 92.

[11] C. LEVI, Cristo si è fermato a Eboli, cit. p. 3.

[12] G. B. BRONZINI, Il viaggio antropologico di Carlo Levi in Lucania, in “Bollettino storico della Basilicata”, n. 10, 1994, p. 13.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

[15] G. FALASCHI, Cristo si è fermato a Eboli, in Letteratura italiana, cit. p. 471.

[16] Ivi, p. 474.

[17] N. CARDUCCI, Storia intellettuale di Carlo Levi, Lecce, Pensa Multimedia, p. 143.

[18] Ivi, p. 144.

[19] G. FALASCHI, Cristo si è fermato a Eboli, in Letteratura italiana, cit. p. 478.

[20] Ibidem.

[21] N. CARDUCCI, Storia intellettuale di Carlo Levi, cit. p. 147.

[22] Ibidem.

[23] C. LEVI, L’autore all’editore, in Cristo si è fermato a Eboli, cit. p. VII.

[24] Ibidem.

[25] Ivi, p. VIII.

[26] Ibidem.

[27] G. CASERTA, Nuova introduzione a Carlo Levi, cit. p. 100.

[28] Ibidem.

[29] E. DE MARTINO, Mondo popolare e magia in Lucania, a cura di R. BRIENZA, Matera, Basilicata editrice, 1975, p. 86.

[30] N. CARDUCCI, Storia intellettuale di Carlo Levi, cit. p. 151.

[31] Ibidem.

[32] Ivi, 156.

[33] Ivi, p. 157.

[34] G. FALASCHI, Cristo si è fermato a Eboli, in Letteratura italiana, cit. p. 472.

[35] Ivi, p. 486.

[36] Ibidem.

 




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