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Un torinese del Sud. Levi a Grassano


di Innocenzo Pontillo




 

Carlo Levi (Torino 1902 - Roma 1975) è stato scrittore, pittore italiano e senatore della Repubblica, ma il suo nome è indissolubilmente legato alle pagine del suo romanzo "Cristo si è fermato a Eboli" (1945), violenta e affascinata scoperta del Sud negli anni drammatici (1935-1936) in cui il regime fascista lo condannò al confino in Basilicata perché ebreo e attivista di Giustizia e Libertà.

L'impatto con questa terra di antichi e quasi mitici archetipi si tradusse in pagine assolutamente nuove nel panorama letterario italiano: il mondo contadino, chiuso nella sua apparente immutabilità, veniva decifrato da un intellettuale borghese e progressista in una situazione inedita e con strumenti critici di grande originalità. 
Il successo editoriale fu clamoroso e anticipò per vari aspetti la diffusione, presso il pubblico non specialista dell'Italia postbellica, delle scienze sociologiche e antropologiche.

Lo scrittore-pittore Carlo Levi nel  suo romanzo, il "Cristo si è fermato ad Eboli", descrive con pagine assai suggestive il paese lucano di Grassano (prov. di Matera) dove aveva "imparato a conoscere la Lucania".  Scrive ancora il Levi "era stato faticoso da principio. Grassano, come tutti i paesi di qui, è bianco in cima ad un alto colle desolato, come una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto. Amavo salire in cima al paese, alla chiesa battuta dal vento, donde l’occhio spazia in ogni direzione su un orizzonte sterminato, identico in tutto il suo cerchio. Si è come in mezzo a un mare di terra biancastra, monotona e senz’alberi".

"Davanti a me si alzava, come una grande onda di terra, uniforme e spoglio, il monte di Grassano, e in cima, quasi irreale nel cielo, come l’immagine di un miraggio, appariva il paese (…). Lungo i 18 chilometri le curve sono parecchie centinaia, fra continue gobbe di terra, scavate da grotte, e campi di stoppie aride, dove passa il vento in un’onda di polvere. Non si incontra un albero in tutto il percorso, e ci si innalza a poco a poco, fino ai cinquecento metri del paese, (…). Siamo ormai vicini al paese: ecco il cimitero, in ripido pendio tutto scoperto, come un fazzoletto punteggiato di bianco messo per terra ad asciugare sul fianco del monte, (…). Ancora una svolta, ed ecco il monticello di terra, la grande croce di legno, ed il Cristo; un’ultima breve salita, e la strada si stringe tra le case".

"Uscii dunque, (…). Venendo da Gagliano (Aliano, N.d.R.), la gemella miseria di Grassano mi pareva quasi ricchezza, e la maggiore vivacità della gente, il diverso dialetto, con i suoi rapidi suoni pugliesi, mi davano l’impressione di essere quasi in una città piena di vita. Finalmente rivedevo dei negozi, (…), c’erano bancarelle di mercanti ambulanti, sulla piazza davanti al palazzo del Barone di Collefusco (Materi, N.d.R.), che vendevano stoffe, anfore di terra, oggetti da cucina. (…). Più in là c’era il caffè: un vero caffè, con un biliardo, (…). Ma fatti avanti e indietro quei duecento passi, fra l’albergo Prisco e il caffè, si esaurisce tutta la vita mondana di Grassano. A destra e sinistra, di sopra e di sotto, non c’è più altro che stradette, scalette e sentieri, fra le catapecchie allineate dei contadini. (…) Risalii e ridiscesi, da solo, per le stradette sconosciute, finche giunsi alla chiesa, nel vento, in cima al paese, per ridare sguardo a tutto l’orizzonte, che spazia immenso altre i confini di Lucania. Di qua, ai miei piedi, le case del paese, con i loro tetti giallognoli, e poi la discesa ondulata e grigiastra del monte, fino al fiume Basento, […]".

Alla scoperta dell’abitato di Grassano l’autore affianca anche la descrizione dell'ambiente naturale che lo circonda. Infatti scrive:  

"(…), ero sceso, un giorno d’agosto, a fare il bagno nel Basento, in un angolo isolato del fiume, dove l’acqua ristagna in una pozza, tra pochi alberi di pioppo, che sembrano stranamente appartenere a un altro paesaggio, piovuti a radicarsi qui per bizzarria. Tutti nudi, nell’aria torrida del pomeriggio canicolare, c’eravamo tuffati nel fiume, (…). Ci eravamo poi asciugati al sole, tra lo stridore delle cicale e il fischiare delle zanzare, nel riverbero torrido delle argille. (…). Gli altri scesero fino al fiume, sperando in una pesca miracolosa, e io mi misi a dipingere. Il paesaggio di qui, era il meno pittoresco che avessi veduto mai: per questo mi piaceva moltissimo. Non c’era un albero, una siepe, una roccia, (…). Soltanto una distesa uniforme di terra abbandonata, ed in alto il paese bianco"

Ma un altro luogo che ebbe ad attirare l’attenzione di Levi è il palazzo del Barone di Collefusco, nome di fantasia usato dall’Autore per indicare la famiglia Materi, di cui Levi fa dire ad un suo personaggio:

"Il barone di Collefusco (Materi N.d.R.), il padrone di tutte le terre qui attorno, il proprietario del palazzo sulla piazza, chi è? (…) Lei spesso si siede, l’ho visto tante volte, sulla panchina di pietra che è davanti al palazzo del barone. Cent’anni fa, anzi più di cent’anni fa, su quella stessa panchina sedeva ogni sera, come fa ora lei, a prendere il fresco, il bisnonno del barone di adesso, e usava tenere in braccio un suo bambino di pochi anni. (…) Su quella panchina il vecchio fu ammazzato, da un parente dei miei bisnonni. (…). Ecco come fu. C’era in quel tempo, qui da noi, una vendita carbonara, (…) e con loro c’era anche il Barone di Collefusco (Materi, N.d.R.) che faceva il liberale. Ma il barone era una spia; ci si era messo in mezzo per denunciarli tutti. (…) Bisogna punire il traditore: i carbonari si radunano e tirano a sorte chi debba uccidere il Barone. (…). Allora di fronte al palazzo, non c’erano case come ora, ma cominciava la campagna e c’era una grossa quercia. Era sera. Il farmacista si nascose col suo fucile dietro la quercia, e aspettò che il barone uscisse a prendere il fresco. (…) il barone uscì, ma aveva in braccio il bambino e si sedette sulla panchina di pietra a farlo saltare sulle ginocchia. Il farmacista aspettò a tirare, non voleva colpire l’innocente: ma poiché quello non accennava a rimandare il ragazzo, dovette decidersi. Era un ottimo tiratore, e non sbagliò. Lo colse in mezzo la fronte, proprio mentre il bambino lo abbracciava".

"I pochi giorni di Grassano passarono così, fra la pittura, il teatro e gli amici, in un lampo, e dovetti ripartire".

 




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