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Il contratto matrimoniale. Un rituale scomparso A cura di Innocenzo Pontillo
Sino all’inizio del novecento le famiglie dei due promessi sposi, prima di farli giungere al matrimonio, stipulavano per iscritto i “capitoli matrimoniali”, per la “sicurezza della dote, del dotante, della sposa, e dei figli che da quello saranno per nascere..."[1] Con questo antico rito, risalente al diritto longobardo[2], la famiglia della sposa prometteva e quantificava al futuro marito la dote[3], che era costituita dalla "roba" (case, terreni, mobili e vastiti) o da denaro contante. Infatti le donne, oltre alla dote, non avevano (quasi) nient’altro in eredità dalla famiglia, perciò era per loro un diritto irrinunciabile. Invece per i padri e i fratelli era un dovere oneroso ma necessario, se volevano veder sposata la loro figlia o la propria sorella, infatti nell’Italia meridionale un matrimonio senza dote era inconcepibile[4] e non era raro trovare ragazze che erano costrette a restare “zitelle” perché prive di una dote[5]. Naturalmente la dote era proporzionata alle disponibilità del padre della sposa e allo status sociale dello sposo a cui veniva «assegnata», infatti la dote dopo il matrimonio non passava nel patrimonio dello sposo ma era da questo soltanto amministrata. Solo alla morte del marito la dote sarebbe stata restituita alla moglie che, solo allora, era libera di disporne. Se invece la sposa fosse morta, senza aver messo al mondo dei figli, il marito doveva rendere la dote alla famiglia della moglie. Nei protocolli matrimoniali troviamo anche lo sposo era tenuto doveva dare alla sposa una controdote e un vitalizio che dovevano servire alla moglie per provvedere alle sue esigenze e necessità. Nei protocolli dei notai sopravvissuti allo scorrere del tempo troviamo ancora oggi trascritti numerosi contratti di matrimonio, spesso stipulati pochi giorni prima delle nozze celebrate in Chiesa. Lo schema seguito dai notai nella redazione dei capitoli matrimoniali era quasi sempre lo stesso, vi erano enunciati: - la promessa di matrimonio; - la costituzione della dote e degli assegni maritali della dote e degli assegni maritali; - la quietanza della dote e degli assegni maritali; - e la rinunzia della donna a pretese ereditarie sui beni della sua famiglia, anche se se questa parte era facoltativa. Talvolta ai capitoli matrimoniali era accluso un elenco dei panni, mobili, suppellettili di casa e ornamenti assegnati alla sposa, compilato di mano di un familiare o di una persona amica in grado di scrivere. Ancora nel Settecento e anche successivamente ritroviamo capitoli matrimoniali redatti nel rispetto di quest'antico schema. Solo dopo aver stipulato il capitolo matrimoniale venivano fatte le pubblicazioni sulla porta della chiesa e si giungeva al giorno del matrimonio che era celebrato in forma solenne nei periodi che la Chiesa stabiliva. Come si comprende facilmente l'amore non era contemplato come motivo fondante dell'unione matrimoniale che era invece più prosaicamente prima di tutto un unione di patrimoni o comunque una comunione d'intenti tra persone appartenenti ad una stessa classe sociale. Che un ricco sposasse una contadina non era pensabile, se non nelle favole. Nonostante i cambi di dominazione, costumi e organizzazione sociale l'uso dei "patti" matrimoniali sopravvisse attraverso i secoli sino alle soglie del XX secolo ed interessò sia le classi agiate che quelle meno ambienti. A tal proposito scrive Domenico Bolettieri che a Grassano i contadini «combinato il matrimonio dalla “sanzal”, il fidanzato [...] si recava a casa della fidanzata. Essa, attorniata dai suoi, si faceva trovare tutta ben acconcia, silenziosa e timida. Subito dopo i convenevoli da parte dei padroni di casa, gli ospiti venivano invitati a prendere posto in una fila di sedie disposte frontalmente: da una parte il fidanzato con i propri congiunti; dall’altra, la fidanzata con i suoi. Il padre della ragazza era il primo a prendere la parola e annunziava agli astanti la dote che intendeva dare, oltre al corredo, alla propria figlia. Subito dopo, la stessa cosa veniva fatta dal padre del ragazzo. Si stabiliva, così, una specie di contratto tra i due contraenti: mancava solo il notaio per la convalida su un foglio di carta da bollo»[6]. Oggi questi documenti, siano essi antichi o moderni, scritti da un notaio o su semplici fogli di carta, non solo ci testimoniano la collocazione sociale degli sposi ma anche ci tramandano, nella loro approssimazione lessicale e grammaticale, concetti, cose e simboli di un mondo ormai scomparso. Da parte nostra terminiamo questo breve digressione con la trascrizione di un capitolo matrimoniale stipulato a Grassano, nel febbraio del 1799, da Domenico di Cuzzo ed Angela di Biase, genitori di Grazia di Cuzzo, con il suo futuro marito Giuseppe Nicolò di Vito. «Capitoli matrimoniali che si formano da Domenico di Cuzzo ed Angela di Biase, coniugi della Terra di Grassano, […] per il matrimonio da contrarsi, a Dio piacendo, tra Grazia di Cuzzo di lor figlia legittima, e naturale vergine in capillis[7], ed il Sig. Notaio Giuseppe Nicolò di Vito di detta Terra, giusta il Rito della Santa Madre Chiesa Romana e Concilio di Trento; per contemplazione e causa del qual matrimonio essi predetti coniugi promettono al detto Notaio Giuseppe Nicolò di Vito in dote, e per le doti della predetta Grazia di Cuzzo di lor figlia; con patto espresso, che non sortendosi figli provenienti da detto Matrimonio, debba detta dote ritornare in beneficio di essi promissori, tali e quali da detto futuro sposo si saranno ricevute[8] a [esclusione] però delli pannamenti[9], e di altri robbe, che alla giornata si consumeranno, che debbano restituirseli tali e quali si troveranno, per avere così convenuto tra esse parti. Quali beni dotali da detti Coniugi si promettono a detto futuro sposo nella maniera seguente; - Una casa soprana lamiata sita in detta Terra alla contrada delle Grotte, confinante con la casa di Nicola [Lumia] lo Russo da un lato, e con la casa degli eredi d’Angelo-Viscera dall’altre parte, per franca e libera e con tutti i suoi jussi[10]. - Due vigne vitata site in tenimento di detta Terra alla contradi di dietro il Convento, o sia sotto lo Strettolone, confinanti una con la vigna del Sig. D. Giacomo Tortorelli con l’eredi del detto Nicolò di Biase, ed altri fini; E l’altra confinante con la vigna di Nicolò Viscera, con la vigna di Lonarda Virgintino, ed altri fini, parimenti per franche e libere come si trovano nel giorno dell’affido. - Contanti docati cento. Tomola trenta di grano, cioè tomola cinque nel giorno dell’affido e tomola venti cinque nella scogna di questo corrente anno. - Più tomola quindici orzo, e tomoli quindici avena in detta scogna. - Dieci pecore da staccarsi dalla morra[11]. - Una caldara nuova di libre diciotto in circa. - Una sartagine[12] di rame nuova di libre tre in circa. - Una catena di ferro. - Due botti da tenersi vino, poco usate, cioè una di capacità di barili diciotto in circa, e l’altra di capacità di barili venti due in circa. - Un cassone[13] novegno[14] di capacità di tomoli dieci in circa. - Una cascitella di mezzo tomolo in circa. - Un saccone nuovo di stoppa di lino. - Un matarazzo in dono. - Quattro paia di lenzuola di tela massarina, cioè paia tre di bambace[15] e line[16], ed un paio tutto di lino. - Otto cuscini, cioè quattro di tela sottile guarniti e quattro di tela massarina. - Quattro coverte, una di color verde, un’altra bianca di panno gentile, un’altra di bambace a cicirelli, ed un’altra anche di bambace a vitana. - Due
tornealetti di tela nuova, uno guarnito con pezzulli e l’altro
semplice. - Otto tovaglie di tela nuove, cioè quattro sottili guarnite con pizzilli, due di tela di casa e due di tela di stricato. - Otto salvietti. - Due tovaglie ordinarie per uso di tavola nuova. - Una tovaglia di pane di palmi dieci in circa di tela di bambace. - Otto camicie, cioè due sottili e sei di tela stricata. - Due camigotte rosse nuove. - Un [avantisino] nuovi, due di scottino, ed uno di fiannina. - Un paio d’orecchini di valuta carlini trenta. - Un’anello di valuta carlini venti. Quali suddetti beni, come sopra promessi, li suddetti coniugi Dominio di Cuzzo ed Angela di Biase promettono e s’obbligano consignarli, a detto futuro sposo un giorno prima dell’affido, a timba dille vettovaglie, per quali s’obbligano come sopra, si debbano ristituire da detto futuro sposo li beni mobili tali quali si troveranno, e le vettovaglie nel loro genere; e le pecore nella quantità descritta, perché così. Ed all’incontro lo detto Signor Notaio Giuseppe Niccolò di Vito, futuro sposo, chiamandosi ben contento delli beni dotali promessi come sopra, da detti coniugi Domenico di Cuzzo ed Angela di Biase, li promette e s’obbliga contraere solenne e legittimo matrimonio con detta Grazia di Cuzzo sua futura sposa, giusta il suddetto Rito della Santa Romana Chiesa e Concilio di Trento. E promette e s’obbliga parimenti, pervenuta sarà in suo podire detta Grazia, fare alla medesima rinunciare all’eredità di detti promissori, mordendosene […]. E detto di ciò col consenso del Signor D. Pasquale di Vito suo Padre qui presente, e consenziente promette per donativo a detta Grazia di Cuzzo sua futura sposa per contemplazione di detto matrimonio, che è sortito di suo gusto e piacere un vestito di drappo di seta nuovo, ed un altro di camellotto o di robba simile, due anelli d’oro = una cannacea di passanti d’oro e granatelle = ed un paio di fioccagli d’oro. Da consegnarsi parimenti nel giorno prima dell’affido, che sortir dovrà, piacendo al Signor Iddio, dopo la Fiera di Gravina del corrente anno; E così per onde. Grassano li otto Febraio 177nove. + Segno di Croce di Domenico di Cuzzo si promette e s’obbliga come sopra. + Segno di Croce di Angela di Biase, promette e s’obbliga come sopra. Io notaio Giuseppe Nicolò di Vito accetto e m’obbligo come sopra. Io Notaio Pasquale di Vito consenti come sopra. Io Giuseppe Bonelli presente per testimone. Io Andrea Albanese testimone. Io Pasquale Brigati sono testimone. Io Giovanni Battista [Cecire] della Terra di Grottole, al presente in Grassano, ho scritto la presente per volontà delli … e sono testimone»[17].
[1] A. Spezzacatena, Formolario pratico legale ad uso dei notai, Napoli, 1790. [2] Nel 1332, Roberto d’Angiò con un editto, al fine di reprimere la crescente tendenza fra gli uomini a contrarre matrimonio dopo aver “violata” la sposa, definì le procedure che i suoi sudditi dovevano seguire per contrarre un matrimonio cristiano. Secondo il decreto regio il matrimonio doveva essere celebrato in chiesa con la benedizione del sacerdote e dopo la redazione di “conventiones et acta, inita et firmata” dalle parti, nascono così i “capitoli matrimoniali” che servivano a garantire la sposa e i suoi beni. [3] “Le doti, infatti, erano parte integrante di un complesso gioco di scambi e di alleanze tra famiglie. Il loro livello era cosi determinato anzitutto dal livello sociale del marito [...] dunque il fatto di venir dotate limitava o esauriva le prerogative sul patrimonio familiare che le donne potevano vantare”, cit. tratta da Raffaele Sarti, Vita di casa. Abitare, mangiare, vestire nell’Europa moderna, editori Laterza, Bari, 1999, p.68. [4] La dote era necessaria anche per entrare in convento, sebbene per valore inferiore a quella necessaria per sposarsi. Cfr. Raffaele Sarti, Ibidem. [5] “Proprio per questo nell'Europa mediterranea il problema di dotare le «zitelle» da questione familiare tendeva a divenire un problema socialmente molto sentito. In una società con tassi di mortalità molto più alti di quelli attuali e con livelli di reddito molto bassi numerose ragazze non avevano famiglia, o ne avevano una troppo povera per poter sostenere l’esborso della dote. Non poche giovani, dunque, proprio perche senza dote, rischiavano non solo di non potersi sposare o monacare ma anche di cadere nella prostituzione. Ecco allora moltiplicarsi le iniziative per assicurare o facilitare la dotazione delle fanciulle”, cit. tratta da Raffaele Sarti, Idem, pp.68-69. Anche a Grassano vi era un Monte dei Maritaggi che "verso il 1740 fu istituito dall'asse patrimoniale del fu Gianvincenzo Santoro. Questi nel suo testamento designò un capitale, che fu dato a censo, la cui rendita doveva essere investita in due maritaggi a favore delle donzelle povere di questo Comune, di cui siano note “l'onestà ed i sentimenti religiosi". Il Regolamento del 1870 stabiliva che quando "il numero delle zitelle ammesse al concorso sia superiore a quello della dote da conferirsi si farà luogo all'estrazione a sorte", "L'estrazione a sorte avrà luogo in forma pubblica davanti all'intiera Congregazione coll'intervento del Sindaco e del Parroco se vogliono, […]; ciò da praticarsi nella Matrice Chiesa nel giorno otto di Decembre di ognanno dedicato alla solennità dell'Immacolata Concezione di Maria Vergine titolare del Pio Istituto del Monte dei Maritaggi", cit. tratta da Innocenzo Pontillo, La "Congregazione di Carità" di Grassano, in AA.VV., Grassano nel Ricordo e nella memoria, edizioni Quaderni Grassanesi, 2000. [6] Domenico Bolettieri, Grassano Ieri, Grafiche Paternoster, Matera, 1987, pp.67-68. [7] La formula “vergine in capillis” fu introdotta dai Longobardi e fa riferimento al modo di acconciare i capelli delle fanciulle in età da marito. [8] Dote e corredo dovevano essere restituiti dallo sposo o dai suoi eredi alla famiglia della donna in caso di scioglimento del matrimonio. [9] Degli abiti. [10] Diritti. [11] Gregge. [12] Nome dialettale usato per indicare la padella piatta. [13] Nelle case d'età moderna il cassone era il mobile più diffuso. Ma pian piano sarà sostituito con mobili in cui poter dispone gli oggetti in modo più ordinato, anzitutto dall'armadio. Ma se le case dei più fortunati si arricchiscono di mobili, soprammobili e decorazioni, nelle case dei contadini anche mobili la cui presenza oggi sembra ovvia, come tavoli e sedie, almeno sino al Settecento non lo era. Infatti molte immagini mostrano, non a caso, i contadini spesso seduti per terra o a tavoli di fortuna. Ma l'arricchimento della dotazione di mobili e oggetti, che complessivamente caratterizzerà l'età moderna, coinvolgerà tuttavia anche il mondo rurale. Cfr. Raffaele Sarti, op. cit.. [14] Nuovo. [15] Era così chiamato il cotone. Alla sua lavorazione erano addette solo le donne che dopo averlo "battuto" con l'archetto, filato con il fuso semplice e raccolto in matasse ne facevano calze, guanti e berretti lavorati a maglia con i ferri a mano. Nel materano e nel lagonegrese era lavorato ed esportato con molto profitto. [16] Secondo la "Statistica del Regno di Napoli del 1811", in quasi tutti i paesi della Basilicata, ed in particolare nel potentino e nel lagonegrese, il lino era tra le colture più diffuse e con la lana ed il cotone costituiva una delle fibre maggiormente impiegate nelle manifatture tessili. Dalla "Statistica" apprendiamo che a Grassano la produzione di lino era "meno rozza" e che "il prezzo di una canna della migliore tela di produzione locale suole essere di carlini 10". Invece il cotone non veniva coltivato in questo centro perciò scarsi erano i manufatti realizzati in questo materiale. Inoltre a Grassano "oltre la lana gentile di produzione locale, si manifattura anche quella detta moscia che si immette dal Comune di Matera e da quello di Altamura della Provincia di Bari, la produzione locale eccede il consumo, per cui sogliono commerciarsene da mille canne ne' Comuni di San Chirico Nuovo, Tolve, Vaglio e Cancellara". Cfr. Tommaso Pedio, La Basilicata Borbonica, op. cit., pp.120-153. [17] Documento custodito presso l'Archivio di Stato di Matera, Archivio Notarile della Piazza di Grassano, Notaio Donato Antonio Tortorelli, coll.1069, Fascicolo 105. Carlo Levi, Firenze, ToscanaGrotttole, Lucania, Santuario Grottole, abito tradizionale pacchiana moda |
Parliamo di:
Gli abiti lucani
I vestiti dei Lucani
Il fascino del copricapo
Gli ornamenti delle donne lucane I Capitoli matrimoniali |
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