|
Gli abiti lucani,
testimoni del tempo
A cura di Innocenzo
Pontillo
Nel
passato ogni piccolo e sperduto paese aveva un costume
tradizionale, nel quale la comunità si riconosceva e con il
quale sanciva le differenze sociali al suo interno.
Era
attraverso l'abbigliamento «che il galantuomo si distingueva dal
cafone, non solo; ma era proprio il tipo di abbigliamento che
dava al singolo individuo, cafone o galantuomo che fosse,
l'immediata percezione, a lui come agli altri, di non essere un
isolato ma di appartenere a un gruppo più vasto e ben
determinato della scala sociale: l'abbigliamento quindi era un
vero e proprio linguaggio».
Cosa che valeva sopratutto per il gli uomini, «viceversa, l'abbigliamento
femminile non s'identificava così direttamente con simboli
socio-economici o politici: ovvia conseguenza, in questo caso,
della totale esclusione della donna lucana, quale che fosse il
suo livello sociale, da ogni forma di attività pubblica e da
ogni tipo d'interesse politico.
Non a caso la differenza tra
cafone e galantuomo si rifletteva nel campo muliebre con una
distinzione meno drastica tra pacchiana, ossia la donna
appartenente alla media borghesia e al ceto artigianale, e
contadina, cioè la donna di campagna e la bracciante.
A questa minore "compromissione" dell'abbigliamento muliebre con le rigide
distinzioni di classe vigenti nella società lucana faceva però
riscontro una estrema varietà del costume, cioè del tipico
vestito femminile, diverso da luogo a luogo e quindi meno
riconducibile ad una foggia-tipo.
Sicchè il costume, preziosa testimonianza per l'indagine
folclorica in quanto espressione del ricco e articolato
patrimonio demologico della Basilicata, ha minor rilievo per la
storia sociale della regione nel secolo XIX se è vero quanto
afferma un osservatore attento come il Riviello che il costume
delle pacchiane e delle contadine era più o meno simile
"variando solo nella finezza e nella qualità della robba, nel
gusto di adornarsi meglio, e nell'incipiente voglia di novità"».
Ma se le donne del ceto medio, dell’aristocrazia rurale e le
mogli degli artigiani, condividevano una foggia del vestire
detta da "pacchiana", l'abito della contadina, era chiamato "bracciala".
Anche tra i contadini era diffusa ovunque l’abitudine di
arricchire il semplice abito quotidiano con capi o accessori più
raffinati, ma poiché essi vivevano in condizioni di grave
miseria gli abiti venivano indossati fino a quando non cadevano
a brandelli.
Un particolare curioso è che, fino al Settecento, non venivano
indossati indumenti intimi, che erano accessori usati solo da
donne ed uomini di alto bordo. In compenso le gonne e le sottane
erano assai numerose al fine di ricoprire le zone intime. Era in
uso indossare, a seconda delle possibilità, più gonne
sovrapposte che davano in tal modo volume ai fianchi, secondo un
canone estetico che privilegiava l'opulenza e le forme procaci.
Anche il seno veniva generosamente mostrato dalla scollatura ed
era sostenuto da un cartone triangolare (la cosiddetta "bittigghi")
leggermente incurvato e fissato, nella parte anteriore, dai
lacci incrociati del corpetto. Un altro elemento costante del
costume femminile era il ricamo. I corpetti, resi preziosi da
sofisticati ricami, secondo l'influenza della moda francese che
valorizzava il seno, erano scollati e coprivano quasi solamente
il dorso ed erano allacciati da stringhe. In un'epoca che non
conosceva l'uso dei bottoni, i lacci erano indispensabili per
tenere insieme certe parti dell'abito.
A
Grassano,in provincia di Matera, le donne del ceto basso anche nel giorno del loro
matrimonio indossavano il costume da pacchiana, oppure
prendevano l’abito da sposa in prestito da parenti o amici
benestanti. La caratteristica più notevole dell’abbigliamento grassanese tradizionale era la cura prestata nella lavorazione e
nella decorazione dell’abito femminile caratterizzato da ampie
gonne.
Per quanto riguarda il costume grassanese, abbiamo una buona
descrizione risalente al 1884 tratta da Descrizione delle vedute
e degli stemmi con cenni storici delle città e paesi della
Basilicata di Michele Lacava dove leggiamo che a Grassano l’uomo
vestiva «con giacca, camiciuola e ghette di pannolana turchino
scuro, calzoni corti di felpa nera» mentre la donna indossava
«orecchini e collana, fazzoletto celeste al collo ed alle
spalle, pettiera bleu, maniche verdastre, grembiale di seta
nera, gonna bleu scura».
Ma all'inizio del '900 iniziò la rapida scomparsa del costume
tradizionale in gran parte della Basilicata perchè, come scrive
Annamaria Restaino in Mode & Modi dei Lucani, «tra la seconda
metà del secolo scorso ed i primi decenni del nostro, vari
fenomeni come la rivoluzione industriale, l'unificazione del
regno, l'emigrazione interna ed esterna, contribuirono a
modificare, radicalmente, il sistema di vita e le abitudini
della popolazione.
L'abito certamente subì cambiamenti e modificazioni dettati
dalla necessità di adeguarsi alle nuove e più complesse esigenze
quotidiane.
In
Basilicata, la scomparsa del costume popolare fu più rapida che
altrove, non tanto per i mutamenti di tipo economico che di
certo non coinvolgevano la stragrande parte della popolazione
lucana, quanto piuttosto per l'assenza di una propria storia da
imporre che avrebbe di sicuro favorito l'espressione e la
conservazione di tradizioni e consuetudini. [...]
La sorte del costume, fu segnata dal desiderio di novità che
avanzava incontrastato tra gli esponenti del ceto medio, e,
poiché, non si rinunciava all'usanza di farsi seppellire con
l'abito delle nozze, le borghesi in questo modo, seppellirono
definitivamente il costume vestendosi secondo i dettami della
moda delle capitali .
Rimasero solo popolani e contadini ad indossare gli abiti la cui
foggia era rimasta pressoché invariata per molte generazioni,
perché immutate erano le condizioni e le abitudini di vita della
classe operaia. Ben presto quindi, quel che era l'abito di tutti
divenne il vestito dei cafoni oggetto spesso di curiosità e
dileggio.
La questione fu definitivamente risolta dai cugini d'America
che subito dopo la seconda guerra mondiale cominciarono a
mandare in dono abiti e capi di biancheria usati che, acquistati
da rigattieri, dopo essere stati lavati, venivano rivenduti per
poche lire in tutti i mercati. La "robba" americana aveva
liquidato la tradizione.
Da quel momento il nuovissimo, la modernità ebbero il
sopravvento ed ai nostri giorni è rarissimo incontrare singoli
che conservino gli abiti dei padri o centri di studio pubblici e
privati che dimostrino sensibilità ed interesse verso la ricerca
e la conservazione dei costumi lucani.
Tuttavia, se è vero come si afferma che la moda costituisce una
parte della cultura ed in essa si rispecchia la vita di tutti i
giorni, dovremmo ricominciare dal passato e di rivalorizzare le
tracce di un percorso non del tutto cancellato utile alla
ricostruzione di una identità collettiva».
Bibliografia consigliata sugli abiti
lucani:
-
Michele Lacava, Descrizione delle vedute e degli stemmi con
cenni storici delle città e paesi della Basilicata, Napoli,
1884, pp.15.
- Annamaria Restaino, Mode e Modi dei Lucani, Appia 2 Editrice,
Venosa, 1995.
- Calice, Lisanti, Russo, Sabia, Popolo Plebe e Giacobini:
Napoli e la Basilicata nel 1799, Calice Editori, 1989.
- Il costume popolare, in Rassegna delle tradizioni popolari, n.1,
1999.
- Il costume popolare della Basilicata, in Rassegna delle
tradizioni popolari, n.1, 1999.
- Costumi della Basilicata (sec. XVIII e XIX), a cura di Franco
Sabia, ed. pianetalibroduemila, Possidente (PZ), 2000 |
|
|

I
Costumi tradizionali di:
Comune di
Aliano
Comune di
Brienza
Comune di
Francavilla
Comune di
Craco
Comune
di
Ferrandina
Comune di
Moliterno
Comune di
Lagonegro
Comune di
Pomarico
Comune di
Stigliano
Comune di
S. Costantino
Comune di Rotondella
Comune di
Rivello
Comune di
Teana
Comune di S. Chirico |
|