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Albino Pierro, il poeta de "A terra d'u ricorde"
"..terra di funebri memorie, quasi al riparo dalle grandi tempeste della storia...", così Carlo Levi e Ernesto De Martino descrivono la Basilicata. In questa regione, nel piccolo paese di Tursi (provincia di Matera), nacque il poeta Albino Pierro. Era il 19
novembre 1916, "mia madre, morì poco dopo la mia nascita"
raccontò poi il poeta e anche io "venni dato per morto". "Mi
avevano già vestito e messo nella bara. La nutrice disse d'aver
udito, a un tratto, il grido di mia madre morta. Io ne fui
riscosso e tornai a vivere. Me lo riferiscono le mie zie. Ero
troppo piccolo per ricordare".
Da piccolo ero "debole di salute e gli occhi sempre arrossati. La mia nutrice tentò un rimedio popolare: impacchi d'ortica. Le cose peggiorarono. A quattro, cinque anni quasi cieco, fui costretto a restare sempre al buio. Imparai a suonare il mandolino. Cantavo bene. Più tardi, con i miei due fratelli, tenni concerti in paese. La gente veniva, «per la voce di Don Albine»". Un oculista, a Roma, scongiurò il peggio e disse ai miei: "il ragazzo potrà leggere tanto da diventare professore universitario, non cieco". Così "durante l'estate, dopo pranzo, alla controra", quando "si doveva dormire per forza. Io mi rannicchiavo vicino al balcone e, alla luce che passava dallo spiraglio, leggevo i russi. Anche Shakespeare, anche i francesi, ma i russi mi hanno formato. Calcolavo quante pagine ogni quarto d'ora. Oggi non tocco più un romanzo. Non si può, dopo i giganti, dopo Dostoevskij". Il giovane Pierro amava il suo palazzo, dalla cui terrazza vagava con lo sguardo sul quartiere della "Rabatana", il più vecchio del paese, precariamente posato su una collina di creta e sempre sul punto di scivolare in basso, lungo i calanchi. Da lì scrutava il paese di Tursi e il paesaggio d’intorno. Soffrì quando dovette trasferirsi, per continuare gli studi, prima a Taranto, poi a Salerno e a Sulmona. Scappò
più volte dai collegi. "A me piaceva leggere, non studiare. Non
ero un buon allievo". Ma ebbe buoni insegnanti, che lo capirono
e aiutarono. "A Salerno, Felice Villani, professore d'inglese,
m'insegnò a capire la poesia. A Sulmona, Mario Zangara mi spronò
a coltivarla. Ha poi scritto due libri su di me". Ma il suo peregrinare continuò ancora, prima lo portò in Carnia vicino Tarvisio, poi a Novara per terminare infine a Roma. Qui si mise a studiare, sino alla laurea e poi "in cerca d'un posto fisso per mettere su famiglia". A Roma attraversai la guerra, "senza capire niente, né allora né oggi, di storia e di politica. Anche se recensii opere filosofiche per la Rassegna nazionale, scrissi fiabe per il giornalino Balilla e una poesia per la morte del figlio di Mussolini, Bruno: il dolore aveva colpito il potente. In via Rasella ero appena passato, quando udii un boato: scampai alla strage e al rastrellamento dei tedeschi, sia allora sia in un'altra occasione, in via Nazionale". Ma il resto della guerra non gli pesò: frequentava centri culturali, conobbe scienziati e letterati. E scriveva tanto. Ma in italiano. Nel 1946 pubblicò la sua prima raccolta poetica intitolata "Liriche" a cui seguiranno le "Nuove liriche" (1949), "Mia madre passava" (1955), "Il paese sincero" (1956), "Il transito del vento" (1957), "Poesie" (1958), "Il mio villaggio" (1959), "Agavi e sassi" (1960). La sua "conversione" al dialetto avvenne con la raccolta "'A terra d'u ricorde" (1960), che scrisse in tursitano, l'idioma del suo paese. Un dialetto dalle antiche origini saracene che mai aveva conosciuto codificazione scritta, "quella di Tursi, il mio paese in provincia di Matera, era una delle tante parlate destinate a scomparire. Ho dovuto cercare il modo di fissare sulla carta i suoni della mia gente". Questa riscoperta della lingua "natia" fu così raccontata dal poeta: "Non avevo mai pensato di usare il dialetto. Mi accadde, senza volerlo davvero, il 23 settembre del 1959. Ogni anno tornavo a Tursi e quella volta fui costretto a rientrare anticipatamente a Roma. E ne patii. Nacque così, di getto, la prima poesia in tursitano: "Prima di parte" (prima di partire).Sei mesi dopo, era pronta la prima raccolta in dialetto: «A terra d'u ricorde»". Pierro non da spiegazione di quell'evento, "i critici cercano di capire com'è nata questa mia nuova lingua. Io non lo so. C'era in me il desiderio di fare poesia e quello che mi urgeva dentro nacque in dialetto. Ma la mia volontà, in questo, non ebbe nessuna parte. Perché un giapponese scrive versi in giapponese ?". Le sue opere, nate dalla riscoperta della sua lingua natale (Metaponto, Ecco à morte ?, Famme dorme, Nun c'è pizze di munne), cominciarono ad essere tradotte in varie lingue, persino in persiano. Così nel 1985 il poeta, ormai notissimo in Russia e Svezia, fu invitato a Stoccolma dall'università della capitale scandinava, a recitare le sue poesie in tursitano. Una lezione che, registrata, ancora oggi è a disposizione degli studiosi. "Mi hanno detto che uno di loro ama recitare una mia poesia, ma non in svedese, in tursitano", confidò Pierro. Fu candidato più volte al Premio Nobel per la Letteratura, che però non vinse mai. Nel '92 ricevette a Potenza dall'Università degli Studi di Basilicata la sua prima laurea honoris causa. L'Ateneo lucano volle così rendere omaggio "all'interprete di una condizione esistenziale che fa corpo tutt'uno con l'anima antica della civiltà lucana". Morì a Roma il 23 marzo 1995, lasciando al Comune di Tursi la sua casa e la sua biblioteca contenente migliaia di libri. Scrive
Pino Aprile che "Tursi stessa, che avrebbe rischiato la
scomparsa senza che nessuno ne sapesse niente "a Pietroburgo",
ora ha qualcosa per esistere, per essere segnalata.
Opere di Albino Pierro in
lingua italiana
Opere di Albino Pierro
in dialetto tursitano |
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Albino Pierro,
poeta
(1916 - 1995)
La
poesia di Pierro
Don Albino e Tursi
Scoprendo Tursi (Matera)
La rabatana di Tursi |
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