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Il termine favola deriva dal latino fari (dire, narrare), si riferisce solitamente ad una breve narrazione in forma poetica o in prosa nella quale parlano ed agiscono animali o cose inanimate, da cui l'autore fa scaturire una verità ed un insegnamento morale.
Non si differenziano da questo archetipo le favole grassanesi, se non per il fatto che l'autore é ignoto e che sono state tramandate nel dialetto locale per via orale, di generazione in generazione, e ciò ne conferma l'antichità.

 

* * *

 

La Volpe e la Calandra

('A Volp e 'a Calandr)

 

C'era una volta una Volpe che possedeva un appezzamento di terra. Un giorno incontrò la Calandra e le disse:
- comare Calandra, vuoi venire a lavorare la mia terra a mezzadria? Tu vai ad arare, ed io, dopo, a sarchiare -.      

La Calandra andò ad arare, ma comare Volpe non andò a sarchiare. Appena la Calandra s'avvide che i lavori non erano stati eseguiti, si recò dalla Volpe e si risentì.

wpe17.jpg (16694 byte)- Comare mia disse la Volpe, ora non ho tempo! Va' a sarchiare tu, chè io dopo andrò a seminare! -
La Calandra sarchiò il terreno, ma la Volpe non lo seminò. Trovando sempre delle scuse, non eseguì alcun lavoro, costringendo, così, la Calandra a togliere le erbacce, a mietere e a trebbiare.

A lavoro ultimato, si presentò la Volpe per procedere alla spartizione, pretendendo per sè il grano e lasciando la paglia al povero pennuto.
A sentire simile proposta, l'uccello disse:
- Comare mia, non è modo d'agire, questo! Io ho lavorato, e tu vuoi prendere tutto per te il grano -. -Che vuoi, Calandra, chi è più forte, la vince sempre!-
Piangendo e disperandosi, la poveretta se ne andò. Lungo la strada, incontrò un cane rognoso al quale raccontò il fatto.
- Non ti prendere collera, disse il cane, preparami un bel piatto di maccheroni e t'aiuterò io -.

Dopo che il cane ebbe mangiato, l'uccello prese un recipiente per misure agrarie del posto e si recò assieme al cane dalla Volpe.

Giunta in prossimità della casa di questa, fece nascondere il cane sotto il recipiente e bussò alla porta della casa della Volpe, alla quale disse d'aver fatto ripensamento e d'essere disposta a prendere per sè la paglia.

Con la scusa d'essere stanca, la Calandra pregò la Volpe di prenderle quel recipiente che essa, per debolezza, non poteva sollevare. Non appena il contenitore fu mosso, il cane uscì da sotto e con un morso strappò il naso alla Volpe che, pre­solo in mano, scappò via, dicendo:-San Parpaglia, non voglio nè grano, nè paglia! -San Parpaglia, non voglio nè grano, nè paglia!

 

* * *

 

Il Lupo e la Volpe

('U Lup e 'a Volp)

 

C'era una volta compare Lupo mezzo morto di fame.
Un giorno, mentre camminava, trovò comare Volpe e le disse:
-comare Volpe dove vai? -

-Eh!, ­ rispose comare Volpe, - devo andare al fiume a pescare -.

- Beh! anche se non vuoi, disse il Lupo, portami con te -.

- Vieni, rispose la Volpe, tu con un p'dal (orinale)  ed io con una  fascedd (fascio di sarmenti) un po' di pesce prenderemo -.

Così fecero. Il Lupo si attaccò al collo un bel p'dal, la Volpe trovò una fascedd ed andarono a pescare.

Ma il p'dal si riempì di acqua tirando giù il Lupo.

- Aiutami, aiutami, comare Volpe -, gridava il Lupo. Ma quella uscì dall'acqua e si mise a ridere.

Il Lupo poveretto, stava annegando, ma vide passare un falco e si mise a gridare: - Compare falco rompi questo p'dal che poi quando mangerò l'agnello ti conserverò le interiora! -.
Il falco prese una pietra e la buttò sul p'dal e il Lupo mezzo morto uscì dall'acqua.

Passò un po' di tempo ed il Lupo, sempre morto di fame, rincontrò la Volpe.

Nel vederla disse: - Brutta Volpe mi portasti a pescare per farmi morire? Ah, ma ora ti uccido! -.

- Ooh , non uccidermi, disse la Volpe, così ti mostro un casolare e ti faccio fare una  mangiata di ricotta! -.
Il Lupo acconsentì e passo, passo andarono al casolare.

Entrarono e si misero a mangiare. Il Lupo mangiava e mangiava proprio come un Lupo, ma la Volpe, furba, ogni tanto andava a misurarsi al buco dell' uscita.
Quando si rese conto che appena appena passava, prese un po' di ricotta e se la mise nelle orecchie. Uscì, si mise su un pero ed incominciò ad urlare:
- Ueih il padrone, è andato il Lupo nel casolare, ueih il padrone è andato il Lupo nel casolare! -.

Il padrone, sentendo urlare, corse al casolare e picchiò a lungo il Lupo. Il povero Lupo, mezzo morto ma con la pancia piena, se ne stava andando, quando vide la Volpe allungata a terra che urlava:
- Oih, oih aiutami, aiutami, sto'  per morire -.
- Ti lamenti tu, rispose il Lupo, devo lamentarmi io che ho avuto tante botte! -.
- Si, tu, disse la Volpe, vedi cosa mi hanno fatto, a causa delle botte che ho preso, mi è uscito la ricotta dalle orecchie, ohi,  ohi! -.

- Beh senti, rispose il Lupo­, andiamocene perchè se ritorna il padrone finisce di ammazzarci! -.

- Eh!, rispose la Volpe, non ce la faccio se tu non mi porti sulle spalle! -.

Il povero Lupo si mise la Volpe sulle spalle e, zoppo e zoppo camminava ...e la Volpe cantava:
- Undanì, undana il malato porta il sano! -.
-Comare Volpe, disse il Lupo, che stai dicendo?-.
-Eh! che vuoi che dica­, rispose la Volpe, vaneggio per la febbre! - .

Così il Lupo accompagnò la Volpe, fino a casa sulle spalle.

Passò   del tempo, il Lupo dimenticò le botte ed andò a trovare la Volpe che nel vederlo gli disse di non alzare gli occhi al soffitto perchè aveva gli imbianchini.
Il Lupo, una volta tanto, si fece furbo, alzò gli occhi e vide tante sarde appese.
- Ah brutta fetente, disse alla Volpe, avevi gli imbianchini eh?! -.
- Beh o mi dici dove le hai prese o le mangio tutte! -.
- No, no, lasciamele, rispose la Volpe, se proprio le vuoi fai come me. Io l'altro giorno andai a stendermi in mezzo alla strada. Passò un carretto, il carrettiere, pensando che  fossi morta, mi prese e mi buttò sul carretto che era pieno di sarde! Io poi, zitta zitta, a una a una, le buttai giù, poi saltai, le raccolsi e mi ritirai a casa -.

Il Lupo, fece anche lui così. Ma questa volta il carrettiere non si fece imbrogliare, prese il fucile e  corse dietro al Lupo che poveretto correva così veloce che non vedeva la strada che faceva!

 

        * * *

 

Zia Formica

(Zia F'rmecul)

 

formica.jpg (4268 byte)C'era una volta una Formica che ogni domenica si recava in chiesa per assistere alla Messa e dopo puliva la chiesa.

Una domenica, mentre scopava trovò un soldo e pensò:
- cosa potrei comprarmi con questo soldo? Se mi comprassi una noce troverei il guscio, se mi comprassi una ciliegia troverei il nocciolo... beh! mi comprerò una fettuccia per adornarmi i capelli per sposarmi -.
Comprò la fettuccia e si mise alla finestra a pettinarsi.

 

Passò un asino....

- Comare Formica che cosa fate?-.

- Mi pettino perchè voglio sposarmi!-.

- Mi volete per marito?-.

- Fammi sentire come fai la notte?-.

- Ihoh, ihoh, ihoi, ihoi!-.

- Non ti voglio, non ti voglio, mi spaventi, mi spaventi-.

 

Passò un maiale...

- Comare Formica che fate?-.

- Mi pettino perchè devo sposarmi-.

- Mi volete per marito?-.

- Fammi sentire come fai la notte?-.

- Ngru, ngru, ngru!-.

- Non ti voglio, non ti voglio, vattene, vattene, mi spaventi-.

 

Passò un bel gallo e disse...

- Comare Formica cosa fate?-.

- Mi pettino perchè voglio sposarmi-.

- Mi volete per marito?-.

- Fammi sentire come fai la notte-.

- Chicchirichiii!-.

- Non ti voglio, non ti voglio, ho paura-.

 

Dopo passò zioTopo...

- Comare Formica co­sa fate?-.

- Mi pettino perchè voglio sposarmi?-.

- Mi volete per marito?-.

-Fammi sentire come fai la notte?-.

- Ziu, ziu, ziu!-.

- Ti voglio, ti voglio, ti voglio -.

Così zia Formica e zio Topo si sposarono. La domenica zia Formica prima di andare a messa disse a zio Topo:
- Attento alla pentola che è sul fuoco, io ritornerò presto-.
Zio Topo dopo un po' andò a vedere cosa c'era nella pentola e cadde dentro!!

Quando la Formica tornò a casa non trovò zio Topo. Dopo aver aspettato un bel po' pensò:
- Beh lui non ritorna ed io allora mangio -.

Ma quando versò la minestra nel piatto vide zio Topo morto!!!
La povera Formica si mise ad urlare:
- Ohi Topo mio pelato, cotto e steso nella pentola! Ohi Topo mio pelato, cotto e steso nella pentola -.

 

 

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Per approfondire:

 

DOMENICO BOLETTIERI
Grassano ieri, 1987

 

ORTENSIO RUGGIERO (a cura di), Favole Grassanesi, Quaderni Grassanesi, 1995

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