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Sei buono tu dei quattro leoni
che fumano buoni il sigaro d’acqua a Piazza del Popolo.
Ma per quanta è la tua brama, nessuno veramente t’ama.

Rocco Scotellaro

 

 

        Carlo Levi nacque a Torino[1] da Ercole e Annetta Treves il 29 novembre 1902.
La sua era una nota famiglia torinese di religione ebraica: il padre era rappresentante di una ditta inglese di tessuti e la madre era la sorella del deputato socialista Claudio Treves.

        Dal 1922 collaborò al giornale di cultura "Rivoluzione liberale" fondato da Piero Gobetti: erano gli anni in cui si consolidava tra i socialisti l'idea che comprendere e assimilare il Mezzogiorno italiano fosse fondamentale per arrivare alla rivoluzione.
Il 27 agosto 1922 apparve sulla rivista di Gobetti il primo articolo che si conosca di Carlo Levi: era dedicato ad uno dei più noti esponenti del meridionalismo, il pugliese Antonio Salandra, deputato conservatore, capo del governo all'atto della dichiarazione di guerra del 1915, poi aperto filofascista e fiancheggiatore del regime.

       La critica alle posizioni di Salandra è indicativa dell'interesse che si aveva da parte di Levi e dei suoi compagni gobettiani per la situazione ed i problemi del Mezzogiorno.

Contemporaneamente si dedicava alla pittura, la prima esposizione di un suo quadro risale al 1923 ed ebbe luogo alla Quadriennale torinese.

Nel 1924, a soli 22 anni, si laureò in medicina e per quattro anni fu l'assistente del Prof. Micheli presso la Clinica medica dell'Università di Torino. Ben presto, però, alla carriera universitaria e alla professione di medico preferì l'attività di pittore. Frequenti furono i suoi viaggi a Parigi, dove aprì uno studio di pittura in Rue de la Convention.

Rimase tuttavia vivo il suo interesse per i problemi sociali, civili e politici del tempo: nel 1929 diede vita a "Lotta Politica" con Nello Rosselli e Riccardo Bauer e, con il gruppo dei "Sei pittori di Torino", partecipò alle mostre di Torino, Genova e Milano. Nel 1930 partecipò alla XVII edizione della Biennale di Venezia e nel 1932 alla XVIII edizione, dopo aver esposto, fra il 1930 e il 1932, a Buenos Aires, a Roma e a Parigi.
       Nello stesso periodo partecipò alla stesura del Programma rivoluzionario di "Giustizia e libertà", insieme con i fratelli Rosselli, Lussu, Tarchiani, Salvemini e Nitti. Sui quaderni di "Giustizia e libertà" pubblicò il saggio sul Concetto di autonomia nel programma di "Giustizia e libertà", nel quale fece emergere, accanto alla richiesta delle riforme sociali e della soluzione del problema meridionale, il tema per lui centrale dell' autonomia.

La sospetta partecipazione a questo movimento antifascista gli causò l'arresto, che ebbe luogo il 13 marzo 1934 ad Alassio, dove la famiglia Levi aveva una casa di campagna. Venne rilasciato il 9 maggio dello stesso anno, anche a seguito di un appello di alcuni artisti residenti a Parigi.
       Subì comunque un provvedimento di ammonizione per due anni, ma, imperterrito, il 16 novembre pubblicò l'articolo Leone Ginzburg. Il 15 maggio 1935 fu arrestato una seconda volta, mandato nelle carceri di Torino e, in seguito, a "Regina Coeli" a Roma.

wpe20.jpg (14754 byte)Il 15 luglio la Commissione Provinciale per l'assegnazione del confino di Polizia lo condannò a tre anni di confino da scontare in Lucania.
La destinazione fu dapprima Grassano, dove soggiornò dal 3 agosto al 18 settembre, data in cui fu trasferito ad Aliano.
A Grassano infatti ricevette la visita di sua cugina Paola Olivetti Levi, con la quale si insinuava avesse una relazione.

Essendo la signora fra l'altro sposata, il Prefetto di Matera suggerì:

"(…) l'allontanamento da Grassano del Levi Carlo, perché in quella popolazione non sembri che col consenso delle autorità i confinati nel luogo di confino possano mantenere relazioni contrarie agli indirizzi del Governo Fascista per la tutela della Famiglia. Inoltre il Comune di Grassano, per essere vicino ad importante scalo ferroviario, è il meno adatto per il soggiorno del Levi Carlo amante della straniera Giurievich (…) Attraverso detto scalo il soprascritto ha ricevuto vari bagagli, non passati quindi sotto il controllo della censura. Proponesi  che, qualora il soprascritto debba rimanere in questa Provincia, sia trasferito ad Aliano" [2].

Tre giorni dopo il trasferimento, il 21 settembre, Levi inviò una lettera al Questore di Matera, tramite la quale chiedeva l'autorizzazione a tornare a Grassano per completare alcuni quadri che aveva intenzione di inviare all'esposizione Biennale di Venezia.
        Dopo alcune esitazioni da parte del Prefetto, il quale aveva precedentemente fatto presente che "Egli si era colà messo in troppo evidente dimestichezza con la popolazione di Grassano con lo specioso motivo della pittura e ritenne inopportuno che egli portasse a termine paesaggi non belli del suo luogo di confino"[3], gli venne consentito di tornare a Grassano per alcuni giorni.

         A seguito della proclamazione dell'Impero ricevette l'amnistia il 20 maggio 1936. Rimase però ad Aliano fino al 26: "Tutti i confinati partirono l'indomani mattina. Io non mi affrettai. Mi dispiaceva partire, e trovai tutti i pretesti per trattenermi"[4].

         Tra il 1936 e il 1939 intensificò la sua attività di pittore, la sua presenza infatti fu registrata in diverse mostre tra Milano, Genova e Roma.

         Nel 1939, sentendosi strettamente sorvegliato dalla polizia fascista, decise di trasferirsi in Francia e stabilirsi a Parigi, dove scrisse il saggio Paura della libertà, pubblicato nel 1946.

         Tornò in Italia nel 1941 ed aderì al Partito d'Azione. Al 1942 risale il suo saggio Paura della pittura. Contemporaneamente partecipava alla lotta di Liberazione, venne quindi arrestato nuovamente nella primavera del 1943 a Firenze e poi liberato nel luglio dello stesso anno.
          Assunse quindi la carica di codirettore de "La Nazione del Popolo", quotidiano del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale. Tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944 scrisse a Firenze, dopo circa otto anni dall'esperienza del confino, Cristo si è fermato a Eboli, che venne pubblicato l'anno successivo da Giulio Einaudi a Torino.

        Nel 1945 si trasferì a Roma per dirigere "L'Italia Libera", e, durante il referendum, diede un notevole contributo al trionfo della Repubblica. Nel 1946, candidato nella lista azionista per la Costituente, rivisitò i paesi lucani: ebbe luogo in quel periodo l'incontro con Rocco Scotellaro, che risultò indubbiamente proficuo e ricco di scambievoli effetti.
       Rocco si trovava ai limiti della naturale crisi adolescenziale ma era già artefice delle prime poesie e dei primi racconti; la personalità dello scrittore torinese invece era ormai matura. Sicuramente Levi contribuì nel momento formativo del giovane lucano alla "presa di coscienza del mondo contadino di cui faceva parte, al suo guardarlo per la prima volta con distacco e amore, al suo farne poesia, attraverso un linguaggio libero, personale, non letterario"[5].
       D'altro canto Scotellaro ha rappresentato per Levi, proprio per il suo entusiasmo attivo, l'intellettuale nella sua realizzazione pratica e poetica.

Dopo la pubblicazione nel 1950 de L'orologio e dopo aver scritto un preoccupato saggio sul rinascente neofascismo italiano nel 1952, fece frequenti viaggi nel Mezzogiorno e si spostò fra Lucania, Calabria e Sicilia. Divenne importantissimo in questo periodo il sodalizio con Rocco Scotellaro. I viaggi in Sicilia provocarono la gestazione e lo sviluppo del volume Le parole sono pietre, che fu pubblicato nel 1955 ed ottenne il premio Viareggio.
       Gli anni che seguirono furono molto proficui dal punto di vista letterario: pubblicò Il futuro ha un cuore antico nel 1956, La doppia notte dei tigli nel 1959, nel 1960 pubblicò Un volto che ci somiglia, ritratto dell'Italia. Fotografie di Janos Reismann, che però non ebbe molta fortuna, e infine Tutto il miele è finito nel 1964.
      Nel 1960 iniziò il grande dipinto "Lucania '61",    ultimato e presentato nel 1961 a Torino in occasione della mostra delle Regioni nel primo centenario dell'unità d'Italia curata da Mario Soldati. Tale dipinto è attualmente esposto in permanenza nella sala Levi del palazzo Lanfranchi di Matera (un particolare del dipinto è visibile nell'immagine di testa della pagina web).

Nel 1963 si presentò a far parte delle liste elettorali del Pci; d'altronde la sua simpatia per le idee socialiste era ormai nota a tutti. Levi però non ebbe mai una tessera di partito: il suo ingresso in lista infatti avvenne con la qualifica di "indipendente di sinistra", preferendo un ruolo di richiamo alle ragioni della morale e dell'uomo nella sua totalità. Con queste intenzioni egli entrò nell'agone politico. Fu eletto senatore del collegio di Civitavecchia, l'elezione venne poi rinnovata nel 1968 nel collegio di Velletri. 

        Contemporaneamente fondò, nel 1967, la Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti Famiglie) e partecipò in qualità di presidente a convegni nazionali e internazionali, scrisse discorsi e discusse proposte di legge a favore di quelle persone che erano costrette a lasciare il proprio paese per lavoro.
Egli rifiutò l'espressione “italiani all'estero", coniata dalla borghesia parassitaria; il 17 gennaio 1969 in Senato pronunciò queste parole:

        “Anche noi siamo italiani all'estero, quando ci rechiamo a fare un viaggio, anche i turisti sono italiani all'estero. Il fenomeno che è davanti a noi non è tanto quello degli italiani che si trovano all'estero, ma il problema degli emigranti, dei lavoratori, dell'emigrazione di massa, dell'emigrazione forzata, che, come fenomeno, rappresenta un aspetto fondamentale del nostro sistema economico, sociale, politico” [6].

        I suoi orientamenti sociali e civili non interferirono negativamente con la sua attività di pittore, anzi, si collegarono meglio e più organicamente ad essa. Vennero organizzate sue mostre in tutta Italia, distribuite tra Torino, Roma, Firenze, Mantova, Matera e Lorica.
Nel 1972 si candidò per il Senato nel collegio di Roma e in Sicilia, ma, con suo grande dispiacere, non fu rieletto. Un'amarezza molto più grande, però, gli fu causata dall'essere stato colpito dal distacco della retina oculare, nel dicembre di quello stesso anno. Questa disgrazia lo costrinse a subire due interventi chirurgici. A questo punto la sua attività artistica e letteraria fu inesorabilmente compromessa.

        Nel 1974, presagendo forse di essere prossimo alla fine, volle immergersi nuovamente nel suo passato e tentare di recuperare il tempo ormai trascorso.
Tornò in Lucania per presentare la cartella delle sette litografie ispirate al Cristo si è fermato a Eboli, che rimaneva il suo orgoglio maggiore.

       In quei giorni non risparmiò nessuna delle sue energie; poco dopo però, il 4 gennaio del 1975, si spense in una clinica romana a causa di una polmonite  e successive complicazioni cardiocircolatorie.
       Il 26 gennaio fu sepolto ad Aliano.


[1] Le notizie biografiche sono tratte da: Biografia essenziale, in Carlo Levi, opere grafiche, a cura di F. FIORANI-G. SACERDOTI, Matera, La Tipografica, 1997, pp. 156-158, e da: G. CASERTA, Scheda bibliografica, in Nuova introduzione a Carlo Levi, Venosa, Osanna, 1996, pp. 156-159.

[2] Carlo Levi, documenti dal confino, in Carlo Levi al confino da Grassano ad Aliano, a cura di L. SACCO,  “Quaderni di Basilicata/5”, Matera, Basilicata editrice, 1986, p. 11.

[3] Ivi, p. 16

[4] C. LEVI, Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Einaudi, 1999, p. 234.

[5] C. LEVI, Prefazione a R. SCOTELLARO, E’ fatto giorno, Milano, Mondadori, 1954, p. 10.

[6] C. LEVI, Discorso al Senato, in “Emigrazione”, 14 aprile 1964, p. 12.

 

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Per approfondire:

 

LEVI CARLO
Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1999

 

CASERTA GIOVANNI Nuova introduzione a Carlo Levi, ed. Osanna, Venosa, 1996.

 

COLANGELO VITO A.
Gente di Gagliano: ritratti di personaggi leviani, Aliano, 1994

 

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