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La Passione
di Cristo per Mel Gibson
Recensione di Don
Domenico Spinazzola tratta
da "Obeanum", anno 2,
n. 9 , novembre-dicembre 2004
La Passione di Cristo di Mel Gibson
restaura a distanza di mezzo secolo la tradizione del film del
Venerdì Santo perdutasi con Golgotha di Julien Duvivier. Nessuna
condanna ufficiale è venuta dalla Comunità Ebraica.
Il Vaticano non ha deplorato il film, anzi il Papa ha ricevuto
il protagonista Jim Caviezel insieme con la moglie Kerri e i
suoceri, gli ha carezzato affettuosamente la mano, con pazienza
ha ascoltato le chiacchiere dell’attore.
Nessun divieto di censura, diversamente che in altri Paesi,
limita l’affluenza degli spettatori, neppure bambini, ragazzini.
Premetto che non sono un critico cinematografico e che le
riflessioni che seguiranno sono fatte da un profano della storia
del cinema ma da un esperto, mi si permetta, della storia
religiosa. Ma cos’ha questo film di tanto speciale da aver
acceso ovunque, alla sua uscita nelle sale cinematografiche,
focolai di polemiche e accesi dibattiti? A tal proposito c’è un
aneddoto che mi pare valga la pena di essere raccontato e che
riguarda Papa Paolo III Farnese.

Quando Michelangelo terminò di dipingere il Giudizio Universale
nella Cappella Sistina, il Papa, durante la processione con cui
comincia la celebrazione della Messa, prima di ogni altro poté
dare un primo sguardo alla rappresentazione del giudizio finale.
Ne rimase letteralmente sconvolto.
Un tale terrore lo sopraffece alla vista dell’umanità che
attraversava il dramma dell’ultimo giudizio, il dramma dei due
sentieri divergenti, della dannazione e della salvezza, che
crollò a terra, gemendo per l’orrore. Mi chiedo, allora, se i
vertiginosi progressi delle arti visive ci permetteranno mai di
ritrovare quel senso di potenza e quella forza di testimonianza
che i lavori dei grandi maestri suscitavano in chi li vedeva per
primo.
Penso che nel film di Mel Gibson tale domanda abbia trovato
risposta affermativa. Il film non è perfettamente aderente ai
testi evangelici, e si permette delle concessioni notevoli
rispetto alle Sacre scritture ma, al di là delle peculiarità e
delle esigenze imposte dal mezzo cinematografico, è il lavoro di
un artista che ha rappresentato, sintetizzandoli, duemila anni
di storia del popolo cristiano.
In questo, credo, consiste la vera potenza dell’opera: non cerca
il Signore fra le parole morte della storia o prendendo alla
lettera i Vangeli, ma esprime qualcosa di vivente, di
palpitante, di tangibile: la fede vissuta nella Chiesa. Come lui
stesso ha scritto nella prefazione ad un libro di fotografie
tratte dal film, ha pensato a quest’opera come ad un antidoto
contro la dimenticanza, una riconquista della memoria del popolo
cattolico.
Mentre osservavo il distendersi della storia, ho realizzato che
il tessuto emotivo si costituisce innanzitutto a partire dagli
episodi che si svolgono nella Via Crucis tradizionale, che non
sono strettamente evangelici: l’incontro di Gesù con sua Madre,
l’incontro con la Veronica. Momenti importanti, che segnano il
film di Gibson come un prodotto ecumenico prima e mariano poi,
che rifulgono della figura e dell’amore della Madre che si
sacrifica a sua volta per il bene di tutti noi. Abbiamo già
visto e riconosciamo il volto di Cristo insanguinato e
sfigurato. Abbiamo già visto e riconosciamo lo sguardo
d’ineffabile compassione tra la Madre ed il Figlio, la
spregiudicata crudeltà dei carnefici, l’odio freddo e calcolato
dei persecutori.
Ma noi della generazione di chi ha già visto tutto, noi che non
ci spaventiamo più di fronte al capolavoro di Michelangelo, ci
ritroviamo a piangere e a tremare, ci ritroviamo scossi. Va
detto che se anche non si accettasse la visione estremamente
dura e realistica di Gibson essa potrebbe comunque esercitare
nei nostri confronti una funzione maieutica, costringendoci a
mettere in luce non tanto le fondamenta della nostra fede,
quanto il nostro rapporto con un Dio picchiato, insultato,
flagellato, torturato, deriso, crocifisso.

Per questo il film compie, per la cultura moderna, una nuova
rivoluzione nell’immagine di Gesù: lo scandalo esibito, visto,
vissuto, della Croce - e delle ore che la preparano -
ripropone ancora una volta l’interrogativo sul concetto di Dio.
Il regista si sofferma con puntigliosa attenzione e intensità
proprio su quei particolari di un supplizio maledetto dalla
legge, cioè sui tratti che atterriscono e rendono increduli gli
spettatori, credenti o meno che siano. In questo va fatto
l’elogio della sua coerenza e onestà, che si riversa in ogni
immagine e in ogni particolare di una pellicola diretta in modo
magistrale ed interpretata da attori preparatissimi.
Il film di Mel Gibson non è ovviamente per un pubblico di
bambini, ma se il desiderio del regista, attraverso il film, era
di permettere alla gente di avvicinarsi maggiormente alla figura
di Cristo credo che abbia raggiunto lo scopo. Ogni singola scena
è dettagliatamente creata per invitare lo spettatore a scendere
sempre più in profondità del mistero della sofferenza e della
morte di Cristo per la nostra salvezza.
In una intervista Massimo Giraldi, Segretario della Commissione
Nazionale Valutazione Film della CEI, ha commentato:
“Fatte salve alcune limitazioni, il giudizio globale sul film
è improntato all’accoglienza. Da parte mia auspico un confronto
serio e meditato sul film piuttosto che un suo rifiuto. Il punto
di maggiore interesse credo risieda nella contestualizzazione
storica de la Passione: dopo i numerosi rinvii simbolici sottesi
alle moderne parabole cinematografiche, il recupero della
dimensione storica può costituire per molti spettatori
un’apprezzabile novità. La miscellanea temporale cara a tanto
cinema - e a tanta cultura - contemporanea con il film di Mel
Gibson conosce un punto d’arresto: il messaggio di Cristo calato
dal cinema contemporaneo in contesti a noi vicini e abituali (la
famiglia, il mondo del lavoro, etc.) ritrova qui l’hic et nunc
storico.”
Sento di appoggiare questa valutazione
condividendola pienamente. Una riflessione è doverosa circa le
polemiche che sono fioccate sulla rappresentazione esorbitante
della violenza; la violenza c’è e viene mostrata in scene molto
crude, ma come non vedere che la scelta di concentrarsi sulle
ultime dodici ore della vita terrena di Gesù produce
necessariamente una narrazione ripetuta, insistita e che la
conseguenza logica di tale scelta è che la violenza stessa
appare sproporzionata?
E’ una violenza per così dire molto americana: l’americano
Gibson la violenza è connaturata al dolore necessario per
superarla. La sua ottica prevede che più efferata e debordante è
la violenza nei confronti di Cristo, più la sua Resurrezione
assume grandezza e magnificenza: l’erroneità teologica di questa
considerazione mi sembra evidente eppure necessaria alla logica
sottesa alle scelte del regista. Le sue scelte visive si pongono
sulla scia del film d’azione americano: la violenza è
ripetitiva, pervasiva e iperrealistica. L’uso del ralenti va in
questa direzione.
Massimo Giraldi continua dicendo: “Certamente, sin dalle prime
rappresentazioni cinematografiche della passione di Cristo
risalenti all’alba della settima arte ci si è sempre posti
questo interrogativo: fino a che punto è lecito mostrare? Quando
bisogna arrestarsi di fronte alla violenza? Il film di Gibson
riconferisce attualità a questo interrogativo
etico-cinematografico.
Nel regista americano l’efficacia del messaggio salvifico
discende dalla cruda rappresentazione della violenza. Il
confronto tra violenza della rappresentazione e rappresentazione
della violenza è risolto da Gibson con la rappresentazione
iper-violenta della violenza. Sensazioni amplificate per lo
spettatore contemporaneo che vive in una società e in una
cultura che hanno rimosso i concetti di dolore, vendetta e
colpa.”
In breve, è come se attraverso questa
rappresentazione crudele e ridondante giungesse a noi più forte
e vivo il messaggio cristiano del sacrificio di Cristo.
Nel momento storico in cui trionfa il tolstojsmo anticristiano
di un Vangelo ridotto a messaggio morale, a colto passatempo per
professionisti e tecnici delle sacre scritture, Mel Gibson
rilancia la Passione, momento centrale della dottrina della
salvezza.
La violenza che cagiona la sofferenza del
cristo di Gibson sfocia nell’ascesa verticale del Signore. La
cifra di quel prolungato martirio cinematografico è dunque la
donazione estrema di sé nel sacrificio di salvezza, il “faccio
nuove tutte le cose”.
Il mondo non è opera di un demiurgo
malvagio, degno solo di dissolversi. La Redenzione è possibile.
Il Cristo di Gibson, come nei Vangeli,
sale verso il Calvario. La salita al Calvario è ascesi
verticale, prototipo e modello di tutte le ascesi alla santità
della storia cristiana, la via dolorosa del sacrificio di sé per
ottenere il bene superiore della salvezza.
Il film è stato accusato di presentare una violenza gratuita, ma
se prendiamo in considerazione l’idea che gli autori materiali
della sofferenza impartita al Figlio di Dio risultano alla fine
semplici comparse, essi quasi si dissolvono di fronte al
sovrabbondare dell’amore di Cristo, a quella passione per l’uomo
che lo rende capace di rialzarsi dopo ogni caduta e colpo
inferto.
Al termine del film, e di questo articolo, non potrà mancare la
riflessione supportata dall’amara domanda: “Quanto hai
sofferto per me, mio Signore? Quanto è grande il tuo amore per
me, mio Dio!” |
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