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"The Passion" di Mel Gibson


Recensione di Nino Panetta tratta da "Obelanum" , anno 2, n. 8, settembre 2004 

 

 

“Il mio film parla di fede, speranza, amore e perdono. Non di colpe" (Mel Gibson). Davvero? Non me ne sono accorto. Oppure ho visto un altro film.

Forse è così. Uno splatter religioso girato insieme da Sergio Leone e Quentin Tarantino ai  minimi storici  e più che mai compiaciuti delle loro esasperazioni visive.

Sarò serio ora. Diligentemente serio . "The Passion" non è un film da intendere nell’accezione primaria del termine. "The Passion" è un documentario pedestremente didascalico contraddistinto da una inutile e reiterata violenza.  Una trasposizione delle Sacre Scritture scevra da interpretazioni e doviziosa, invece, di fustigazioni sangue ematomi e polvere.

Mi si obietterà che in effetti la Passione è questa, sangue e polvere. Non sono d’accordo. La Passione è anche sangue e polvere.

Ma non ho alcun proposito di tediare il lettore con audaci elucubrazioni teologiche.

Il ‘film’ di Gibson è sceneggiato su un soggetto derivato. La storicità della fonte, opinabile o meno, avrebbe comunque consentito al regista un’esegesi affrancata da condizionamenti dottrinali e perniciose posizioni da fazioso oltranzista.

 Dietro le patinate immagini di ‘The Passion’ non c’è nulla, o quasi.

C’è, più di tutto, una immane operazione mediatica (e quindi commerciale) dissimulata in una opportunistica e assai redditizia catarsi personale.

“ Tutti noi abbiamo ucciso un Cristo, io per primo “. (ancora Gibson…)

Era sufficiente confessarsi e condurre, magari, una vita dai costumi morigerati. Non occorreva farci un film insulso e ovviare ad uno sconcertante vuoto d’ idee ostentando ettolitri di plasma ed efferatezze d’ogni genere.

Trito ma efficace espediente quello di far ricorso a momenti emotivi di indubbio impatto per tenere desta la tensione negli spettatori. Però Gibson eccede e sbaglia il dosaggio.

L’indugiare senza sosta sul corpo vessato del Cristo, sulle angherie che dovrebbero  turbare le coscienze dell’uditorio provoca, inversamente, una imperturbabile assuefazione alle stesse sin dalle prime sequenze. Non c’è commozione. Per il fruitore più scafato è così.

Gibson ne è consapevole e teme che anche lo spettatore meno avveduto possa avvertire i sintomi dell’inganno filmico (e qui, sottovalutandolo, offende il suo pubblico). Così, sovente, attenua il ritmo e con metodo vira verso il pietismo confidando oltremodo nella sua abilità tecnica.

Slow motion, flashback ed effetti speciali sapientemente(?) ripartiti nei momenti salienti del film sono la prova tangibile di una volontà tesa a porre rimedio ad una confutabile messa in scena. Tuttavia l’impiego eccessivo di ralenti nelle scene madri non conferisce nulla di epico alla narrazione. Credere che dilatare l’attimo di una frustata comporti necessariamente una meditazione partecipe è degradante. (Riconosco di aver perfino sorriso al ‘bacio rallentato di Giuda’. Mi ha ricordato il bacio di Grace Kelly a James Stewart ne ‘La finestra sul cortile ’…)

Anche i flashback, incastonati tra le sevizie per sospendere un andamento altrimenti insostenibile, si rivelano algide rimembranze iconograficamente neppure tanto ineccepibili.

Per quanto concerne gli effetti speciali, invece, mi avvalgo della facoltà di non commentare. Sconcertanti.  L’esito è una logica debacle.

La morbosa dedizione al grandguignol nuoce in modo inesorabile agli altri piani del racconto. Le figure e le situazioni non sono mai del tutto risolte poiché prive di qualsiasi funzionalità narrativa; un’asettica sequela di clichè essenzialmente illustrativi e superficiali.

Per Gibson la storia, universalmente nota, non necessita di nuove interpretazioni. Urge, piuttosto, mostrare piaghe e sbocchi di sangue affinché, una volta per tutte, si comprenda appieno il significato di quel sacrificio.

Debole scusante che cela un mendace intendimento: occultare un mediocre blockbuster dietro una pretestuosa riflessione morale che risiede tutta nell’ esibita violenza parossistica.

E se questa è la chiave di decodifica del film , ne è al contempo il limite principale. E’ una violenza che diviene pratica inquisitoria nei confronti dello spettatore nell’assurda velleità di redimerlo.

In realtà tanta ferocia non consegue alcun meritevole risultato giacché tarpa ogni possibile congettura interpretativa del pubblico; pubblico che in sala può irrazionalmente emozionarsi ma che il giorno seguente ha un solo, saldo ricordo: il rosso del sangue.

E non riesce a relazionarlo ad alcunché. Spiace affermare  che in ‘The Passion’ di fede, speranza, amore, perdono non v’è traccia.

Ardua impresa per lo scrivente recensire il nulla.

   

 

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La Passione di Cristo per Gibson
di Don Domenico Spinazzola

 

 

 

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