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Centro di Cultura e Tradizioni
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Gli
itinerari
lucani di Ernesto de Martino
a cura di
Nino Panetta
“Nei
giorni e nella storia – itinerari lucani di Ernesto de Martino”
è il documentario inedito di Aurora Milillo che ripercorre le
tappe salienti della ricerca etnografica demartiniana nella
Lucania degli anni ’50.
“Nei giorni e nella storia” è un documentario dalla struttura
circolare (si apre e si conclude con alcune riflessioni di de
Martino che si accompagnano alle immagini degli Aranda, popolo
di cacciatori dell’Australia,ovvero quanto di più lontano possa
esserci dalla nostra civiltà) che si compone di quattordici
brevi ‘capitoli’ accomunati da una caratteristica poco usuale
per il genere in questione: il fermo fotogramma.

Non un filmato quindi, ma sessanta minuti di riflessioni voci
canti lamenti che scardinano i canoni della sintassi filmica e
che restituiscono efficacemente il pensiero di Ernesto de
Martino, depurato da ogni pericoloso orpello visivo. Sessanta
minuti dove la riflessione demo-etno-antropologica è assoluta
protagonista.
E’ il ricordo che permette alle immagini di riaffiorare
attraverso un puntuale montaggio analogico e rimanere scolpite
nella memoria dello spettatore.Così sullo schermo appaiono nelle
loro immutata bellezza le foto di Franco Pinna (il fotografo
della spedizione in Lucania) e i freeze frames di alcune sue
riprese. Sono immagini di lavoro nei campi, di riti funebri, di
bambini malnutriti. Sono immagini che sembrano avere come tratto
distintivo quello della complementarietà: il discorso di de
Martino, infatti, trova la sua conferma e si compie nei volti
dei contadini, delle fattucchiere,dei suonatori di organetto…. “
Nei giorni e nella storia” ha nella concisione uno dei suoi
indiscutibili pregi; concisione che consente di comprendere e
apprezzare, ancora una volta, il percorso di un intellettuale
all’interno delle nostra cultura.
Sin dal
prologo (“Dialogo di Ernesto de Martino con un libro che parlava
di uomini”) è possibile ravvisare l’approccio dello studioso
alle problematiche lucane. Nessun paternalismo, soltanto la
volontà di intendere le ragioni di una condizione che di umano
ha ben poco.
Una condizione storica e sociale che già Carlo Levi aveva
raccontato in quel suo ‘ libro che parlava di uomini ‘ , il
Cristo si è fermato a Eboli. Ed è proprio uno stralcio
dell’incipit di questo libro di memorie(?) che suggella la
chiusura del prologo. “ Nessuno ha toccato questa terra se non
come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo.
”Suscita, invece, un pudico sorriso il dialogo (in cui ciascun
interlocutore imparerà che è ‘a vicenda’ e anche altre cose).
Una contadina di Tricarico intenta a leggere un articolo tratto
da ‘Vie Nuove’ chiede a de Martino cosa significhi ‘a vicenda’.
E de Martino: “A vicenda significa…scambievolmente”. E la
contadina: “E scambievolmente cosa vuol dire?”…
E’
nella sede della Camera del Lavoro di Tricarico che l’etnologo
matura la consapevolezza che “il mondo analfabeta entra nella
storia” e che “su scala mondiale milioni di uomini semplici
hanno travolto, o stanno per travolgere, il confine di Eboli…..”.
Seguono le grida di un banditore, i volti degli informatori
folclorici e l’idea che “la Rabata di Tricarico è l’immagine del
caos…” .
Nel capitolo stàsimo (esame di coscienza di un intellettuale), a
proposito della gente del quartiere rabatano, de Martino afferma
che “ io non sono libero perché costoro non sono liberi…” .
La magia lucana è al centro di episodi (nei quali si attraversa
la precaria esistenza dei contadini lucani mostrando le fragili
dighe da essi levate contro l’angoscia di perdersi).
Tra le diverse testimonianze , e ci sia perdonato lo spirito
campanilistico, ricordiamo una particolare invocazione di una
informatrice ferrandinese. “ Mantienete forte trave de la casa/
finché ‘nchiana lu ciuccie a la cirasa “ (mantieniti forte,
trave della casa, finché l’asino salirà sul ciliegio).
E’ in questi frangenti che si profila la figura di de Martino
ricercatore e attento interprete di pratiche e riti magici.
Siamo, qui, nell’ambito dell’infanzia e della fascinazione.
Seguono le raffinate interpretazioni della crisi della presenza
e della rappresentazione magica della malattia corredate dalle
splendide foto di Pinna ( su tutte il ritratto della
fattucchiera di Montesano).
C’è
un paese che non si può nominare è uno spiritoso capitolo
dedicato al ‘paese che non si dice ‘(e noi rispettiamo la
consegna del silenzio…).
Il ricordo è di Diego Carpitella, etnomusicologo e altro
componente della spedizione in Lucania. Un ricordo che continua
riandando a Rosa di Ferrandina che su richiesta si produce in un
lamento funebre in metro.
Ma pone una condizione necessaria affinché cominci: deve
chiudersi in completa solitudine dentro uno sgabuzzino. “… e
non posso evitare il pensiero che solo una società sciagurata
può averci ridotti a tanto, Rosa e io, da incontrarci come se
fossimo abitanti di diversi pianeti….” è la chiosa di de
Martino.
Infine il Commiato ( in cui si invita ciascuno a non restare
apolide).
E’ il pensiero finale di un ‘ intellettuale piccolo borghese
del Mezzogiorno ‘ (così si definiva lo stesso de Martino) che
ritorna con la memoria ai volti e ai luoghi teatro delle sue
ricerche (“ ..che cosa è stata per me la Lucania se non la terra
del ricordo, la patria cercata che mi difendeva dalla minaccia
di restare apolide…”).
“Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti si avviano
alla morte della passione e dell’umano. Per non essere
provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella
memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre e di nuovo,
e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce
universale”. ( Ernesto de Martino) |
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Parliamo di
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Chi era costui?
Frammenti da "Sud e Magia"
di Ernesto De Martino
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