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Libri> "Zèlle
sopa Zèlle" di Mimì
Bellocchio
di Anna Maria Mangieri
Il Centro
di Cultura e Tradizioni Popolari “Ernesto De Martino” è fiero di
presentare la prima opera di Mimì Bellocchio.
L’iniziativa rientra pienamente nelle finalità statutarie del
Centro, che è teso, fra l’altro, a promuovere e divulgare
l’opera di conterranei che hanno dato lustro a Ferrandina, la
nostra terra, distinguendosi nel campo dell’arte e della
cultura. Doveroso e sentito il grazie alla famiglia di Mimì, per
averci consentito di curare il riordino, la pubblicazione e la
diffusione della sua intera produzione, dalle commedie alle
poesie alle lettere, che ci vedrà impegnati per una durata
presumibile di dieci anni, con uscite a cadenza annuale.
Per l’occasione,
frutto della collaborazione con lo Studio Giannatelli, è nata
una collana editoriale, dedicata espressamente alle opere in
vernacolo che andranno ad essere d’ora in poi pubblicate
dall’editrice.
La
collana prende il nome dal mortaio, utensile molto caro a Mimì:
egli ne custodiva uno in pietra lasciatogli in eredità dal nonno
materno, tanto che anche quando se ne è separato regalandolo
alla sorella Carmela, ne ha conservato gelosamente una foto. “Il
Mortaio” perciò non solo quale emblema della quotidianità,
simbolo della tradizione, ma in quanto rappresentativo
dell’uomo-artista Mimì.
Il tratto chiaro e robusto di Pinuccio Milano, che ritrae Mimì
“cude ca va lescénne strata strate” (quelo che va eggendo per
strada), illustra pregevolmente la copertina. Lo stesso Mimì
aveva avuto parole di elogio per l’artista, sentendolo a sé
vicino quando, parlando della sua pittura realistica, ha
sottolineato la sua capacità di “cogliere momentifondamentali
dell’esistenza e mostrare aspetti fuggevoli e irripetibili del
mondo che ci circonda". Nulla di più vero nel restituirci
l’irripetibile momento del Mimì che tutti ricordano.
Grazie agli amici che hanno voluto partecipare anche i loro più
intimi sentimenti nei confronti dell’uomo-artista Mimì,
corredando il volume con alcune personali riflessioni: Pinuccio
Bitonto, Franco Lisanti, Luigi Palestina, Franco Sciandivasci.
Grazie a Lia De Martino che ha approvato pienamente il progetto,
facendolo proprio e riconoscendone l’aderenza allo spirito che
per tanti anni ha guidato la ricerca di suo padre, il grande e
inestimabile studioso, Ernesto De Martino.
Tutto il progetto è stato sostenuto da sponsors legati da
apprezzamento e affetto alla figura di Mimì: ad essi va la
nostra gratitudine.
Giunto in fondo ripercorro la medesima strada a ritroso. Non
mi annoio. Poi ricomincio: il tedio non mi lambirà nemmeno...
È in queste sue parole il senso della vita e dell’arte,
inscindibili, di Mimì Bellocchio. in effetti è difficile
considerare la sua vita dal punto di vista anagrafico lasciando
da parte l’artista, anche perché Mimì si descrive e descrive
l’ambiente in cui vive, descrive i suoi amici, le persone, gli
animali e gli oggetti che popolano il suo quotidiano, La
descrizione è minuziosa e partecipata, filtrata manifestamente
dal suo sentire. Egli diviene un libro aperto.
Per quanto riservato e schivo, timido, nei rapporti con le
persone, ma non con gli amici, tanto sorprendentemente spiegato
ed estroverso nello stesso rapporto mediato dalla scrittura. Sì,
perché Mimì scriveva per essere letto, scriveva perché le sue
riflessioni, profonde, fossero disponibili a tutti, nella
massima naturalezza e semplicità. Quasi tutti coloro che lo
hanno conosciuto dispongono di una copia, rigorosamente
dattiloscritta e autografata, spesso con dedica, di questa o
quell’altra sua opera: i più vicini li conservano tutti, i suoi
scritti.
Dal punto di vista linguistico il dialetto ancora incontaminato
dalla continua e pressante influenza dell’italiano dei media,
trova davvero in Bellocchio uno studioso, un cultore, oltre che
un compiaciuto fruitore.
D’altronde egli stesso unitamente al suo amico Gianni Latronico
parla del dialetto come “simbolo d’una sicurezza psicologica,
atta a proteggere dalle intemperie della vita ‘ (da “Ferrandina
tra penna e pennello”, BMG s,r.1. Matera, dicembre 1988).
Quasi un rifugio quindi, ma non solo un rifugio, troppo
riduttiva ne sarebbe la motivazione. Infatti egli aggiunge che
il suo vuoi essere un “tentativo di salvataggio, con
l’intento di tramandare ai posteri quello che gli antichi ci
hanno trasmesso...” (op. cit.)
Ma, aggiungo, alla base di tutto vi è una irrefrenabile
attrazione, sostenuta dalla curiosità innata e dal gusto della
ricerca, verso un mondo che è stato e che non è più, ma lascia
le sue tracce più importanti nella lingua, rivivendo
naturalmente e sollecitando in noi emozioni latenti e
inespresse.
Era questo che egli aveva compreso ed il suo compiacimento
evidente sia nel momento della ricerca, che nello studio degli
esiti e ancor più nella condivisione della scoperta, ne è la
dimostrazione. Il suo dialetto è costellato di termini e
costrutti non più in uso, vuoi per l’influenza dell’italiano,
vuoi per l’abbandono di oggetti d’uso comune e comportamenti che
trovavano espressione in una terminologia propria:
per contro alcuni termini acquistano anche valenze semantiche
nuove, secondo la traduzione che egli stesso ne fornisce.
Frequente il ricorso a proverbi, motti e sentenze, squisitamente
locali, spesso rielaborate con l’orgoglio della nuova creazione.
Nelle imprecazioni, frequenti, viene fuori, quasi per gioco,
tutto il repertorio dei ferrandinesi, come in parata. Maestro
persino nel creare nuovi soprannomi, sfruttando il noto costume
di identificare le persone e le famiglie non attraverso il
cognome, ma con il soprannome, una vera e propria anagrafe
“ombra”, parallela a quella ufficiale, ma più diffusa e usata.
Il soprannome si estendeva quasi naturalmente alla “razze” e ne
permetteva il riconoscimento. Quelli creati da Bellocchio
rimarcano qualche caratteristica, fisica o caratteriale dei suoi
personaggi, che permette di identificarli immediatamente. La sua
passione per il dialetto non è solo rilevabile ad una lettura
sommaria dei suoi scritti, ma era ciò che animava la scena, con
evidente tangibile compiacimento. Lì la sua attenta regia
guidava i giovani attori dilettanti nelle sapienti pause sui
termini più desueti e coloriti, con pronunce volutamente marcate
ed evidenziate, sottolineandone ogni più piccola sfumatura
fonetica.
Il dialogo risulta sempre vivace, raramente consente momenti di
stanchezza, anche per la particolarità e la comicità delle
situazioni, che godono anche qui dell’espediente
dell’esasperazione di scene di vita quotidiana sapientemente
condotto. Dalle creazioni teatrali di Bellocchio traspare,
sottile e prepotente ad un tempo, la nostalgia di un mondo in
cui si litigava s per la dote, per il turno alla fontana o al
forno, si litigava perfino per una gallina, ma si era comunque
parte integrante e viva di una comunità.
Ognuno era ad un tempo sé stesso e gli altri, cui doveva sì dar
conto, ma di cui non poteva fare a meno.
La commedia che pubblichiamo per prima, Zèlle sopa Zèfle è stata
scritta nel dicembre del 1965. A dire il vero a quella data Mimì
aveva scritto solo il primo atto, che probabilmente nelle
intenzioni era destinato a rimanere atto unico. Solo
successivamente, entro il giugno del 1973, la commedia vede la
sua prima versione completa, in tre atti. “Prima versione”
perché egli l’ha più volte rivista, soprattutto per curare il
più possibile l’aspetto linguistico.
Per avere la stesura definitiva di Zèlle sopa Zèlle infatti
occorre attendere il 1987 e dal confronto con la prima versione
si nota come gli interventi sul testo riguardino principalmente
il lessico: quelle parole che aveva usato per conoscenza e
pratica personale vengono sostituite da altre ricavate dalla
ricerca condotta presso suoi speciali informatori: gente dei
vicoli, amici, anziani contadini, ascoltando le loro storie e
invitandoli anche a scavare nella memoria per riportare alla
luce termini o modi di dire scomparsi. Ed ecco che, solo per
fare un esempio, “pure” (pure) viene sostituito con “figne”.
… Nella commedia Zèlle sopa zèlle egli rappresenta, esaltandone
il rituale, la consuetudine alle liti, con esiti grotteschi,
ancor più esasperati dall’uso del dialetto nelle sue forme più
colorite. Le liti erano consuete presso la fontana o il forno,
per conquistarsi il diritto a riempire l’acqua o infornare il
pane per primi.
Quando occorreva essere “attivi” anche nel far valere le proprie
ragioni.
Egli vi illustra ad arte anche le liti dei polli, ulteriore
spinta comica al contesto. Qui, come quasi sempre, l’argomento è
un pretesto per la sua “lezione” morale. In questa commedia
rileva l’esaltazione della Pace, nel procedere per contrasto:
dalle liti tra galli, alla fontana, in famiglia, in tribunale,
al Salmo di S. Matteo tratto dalla Bibbia Concordata, riportato
in coda alla prima stesura completa della commedia: “Beati
coloro che operano per la Pace...”. |
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Parliamo di
Mimì Bellocchio (1932-1988)
Note
bio-bibliografiche
Progetto Bellocchio
Nuova vita alla memoria |
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