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Riflessioni a margine dell'edizione 2006
Dalla relazione letta la sera della premiazione dalla Dott.ssa
Anna Maria Mangieri
(...) La propensione a scrivere è latente direi in tutti, a leggere
forse un po’ meno e ne consegue spesso che le capacità creative si
arenino alle prime difficoltà espressive. Occorre capovolgere questo
rapporto, alimentando la ricettività creativa per giungere a
confezionare il bagaglio utile ad una buona scrittura.
Molti dei nostri concorrenti, in particolar modo per la sezione
narrativa già posseggono questo bagaglio, altri lo stanno completando,
altri, ai primi timidi tentativi, sono ancora alla ricerca degli
strumenti necessari.
Lodevoli sempre, tutti, i tentativi di tradurre in segni, decodificare i
propri pensieri nella scrittura, ancora più lodevole il coraggio di
esporli, ancora di più quello di confrontarsi. Per questo diventa
difficile scegliere, esprimere un giudizio, nella consapevolezza che è
possibile deludere aspirazioni e convincimenti a buona ragione radicati.
Per forza di cose ogni scelta è frutto oltre che sicuramente della
professionalità e obiettività di coloro che sono chiamati a farla, della
propria esclusiva formazione e cultura. Ciò che garantisce un giudizio
equo sono proprio la serietà e la professionalità, doti che di certo
caratterizzano i nostri giurati. (...)

Iniziamo con la sezione Giovani. E’ importantissimo che fra i
giovani vi sia un’attenzione, in qualsiasi campo, al momento della
creatività.
Non necessariamente ci troveremo di fronte a un Dante, a un Ungaretti, a
un Montale,(per la poesia, a un Giotto, Raffaello per la pittura e così
via) sarà l’evoluzione di ogni singolo “poeta” (di ogni singolo pittore
ecc.) a dircelo, ma la cosa fondamentale di questo approccio alla fase
creativa è l’esercizio a dare qualcosa di sé, ad esprimersi, dando
spazio al proprio mondo e porlo in relazione con gli altri.
Coltivare, sviluppare l’abitudine ad esprimersi e ad agire in libertà li
renderà consapevoli dell’importanza del proprio apporto e non “servi”.
Passiamo ora alla poesia dialettale. Il genere mi riporta subito
alla mente uno dei più autorevoli rappresentanti della nostra Regione,
Albino Pierro, (don Albino) poeta di Tursi, più volte candidato al
Nobel sulle ali degli eccezionali consensi della critica come dello
straordinario favore riscosso all’estero, occasione questa più unica che
rara per uno scrittore dialettale.
Ma, e il ricordo è recente, non posso non citare il nostro Mimì
Bellocchio che aveva capito che il patrimonio dialettale ferrandinese
doveva essere salvato, perché il paese non giungesse a perdere del tutto
la memoria delle proprie radici. Ho avuto modo di dire l’altra sera che
un popolo senza cultura, senza la consapevolezza piena del suo passato e
delle sue radici, non ha identità e non è in grado di contrastare le
avversità che si presentano e di costruirsi un futuro adeguato.
E ancora, se il mezzo espressivo è quello “povero”, tra virgolette
perchè invece ricchissimo di storia, se il mezzo espressivo è il
dialetto, ben venga, perché nessuna lingua lingua è più capace di
penetrare nel profondo l’anima di un popolo, dal lessico alla sintassi,
dalla pronuncia alla gestualità, nei modi di dire, nelle composizioni
poetiche come nelle imprecazioni.
Questo perché possiamo riflettere sulla notevole forza espressiva dei
dialetti, su quell’oltranza di pudore lirico, con l’esigenza del
recupero di una verginità espressiva, originalità e libertà rispetto
alla tradizione aulica, che consente di andare oltre le plaghe estenuate
dell’italiano.
Il dialetto soprattutto, oltre a darci la misura del coinvolgimento
della poesia al di là delle parole, attraverso la loro musicalità e
significato puro, non convenzionale, ci consente di stabilire una
corrente con l’autore, che, inspiegabilmente si instaura anche quando le
provenienze linguistiche sono diverse.
Chiudiamo con la sezione artisti per “I cinti della memoria, storie
di guerra e di pace ai nostri tempi” ricordando l’invito accorato di
papa Giovanni Paolo II, quando gridò al mondo il bisogno di coniugare la
giustizia e l’amore per costruire un mondo diverso, una generazione più
solidale, invocando il silenzio delle armi.
Appello che è stato più volte ripreso da papa Benedetto XVI, appello che
noi stessi qui questa sera rivolgiamo al mondo intero, con la nostra
piccola voce, con le nostre semplici parole, ma con la forza della
nostra coerenza.
(...) Dare spazio alle voci, alle menti, è sinonimo di rispetto per la
libertà intesa nel senso più ampio del termine, in un periodo in cui
sono molti i tentativi di limitarla per soddisfare “altre” esigenze e
interessi “altri”.
I più elementari diritti del singolo oggi sono minacciati, agli
individui oggi si vorrebbero imporre bisogni artificialmente creati per
alimentare una macchina economica che trae a sé tutto il profitto a
scapito di ogni scelta interiore. Lo scrittore, ed in lui il poeta, è il
più strenuo difensore della singolarità, rifiutando d’istinto ogni
parola d’ordine, per questo forse, spesso, troppo spesso, si cerca di
minimizzarne la figura con l’arma della sufficienza e dell’ironia.
Kierkegaard ha detto: “…dappertutto si è ricacciata indietro la
personalità. Pare che si tema che l’Io debba essere una specie di
tirannia e che per questo ogni Io debba essere livellato e nascosto…”
parole di una terrificante attualità a distanza di oltre un secolo.
Ecco perché in questa nostra civiltà così asimmetrica e friabile, pur
nel piccolo di una cittadina del Sud, o forse soprattutto nel piccolo di
una cittadina del Sud, avviene per strenua volontà di alcuni il miracolo
della attenzione a quei nodi di luce, provenienti dalle secretas
galerìas del alma (per citare il grande Machado), che, sotto gli
strati superficiali diversissimi da individuo a individuo, sono comuni a
tutti, anche se non tutti ne hanno coscienza.
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