Concorso Letterario Parole per Comunicare 2006

 

 
   

Home

Il Concorso

Come partecipare

Poesia

Poesia dialettale

Narrativa

Sezione a Tema

Le Passate edizioni

Finisterre

Scrivici

     



Il Melo


di Chiara Gasperini di Casciavola (Pisa) 

 

Gli amici scossero la testa, vedendolo appoggiarsi a quel secco figliolo che gli era toccato in sorte. Loro erano venuti dal Melo per fare due chiacchiere, ricordargli il film di quella sera e niente di più. Trovandolo così, però, non avevano saputo che dire. Erano rimasti tremanti sulle gambe spesse, mentre Filippo legava un bavaglio intorno al collo del Melo e poi gli serviva la cena cucchiaio dopo cucchiaio.  

Del gigante che era, niente restava. E pensare che un tempo, il Melo non lo fermava nessuno. Dove c’era bisogno, lui andava. Arare i campi, vendemmiare le vigne, pescare con le reti, scavare le fosse, inchiodare due assi di legno, murare una baracca, assemblare i pezzi di una vespa… Tutto le sue mani sapevano, tutto le sue spalle reggevano. 

L’unico suo cruccio era quello di non aver studiato. Eppure, malgrado la sua quinta elementare, quando c’era da far piangere una donna con due parole messe in croce,  tutti venivano dal Melo. Persino il dottore ed il conte, si erano serviti della sua penna e della sua carta gialla, spessa e rugosa, che ti graffiava le dita per la consistenza.

Lui era sempre pronto ad arrivare, in sella alla sua bicicletta. Con quelle spalle larghe che si ritrovava, indovinavi il suo arrivo almeno cento metri prima che fosse lì da te. Poi ascoltava attentamente la storia che avevi da dire e si metteva nel cuore la sua Livietta. Ti diceva: “Torno subito!”  e rotolando sulla strada, lungo i campi e vicino alla ferrovia, girando come un pazzo per il paese, trovava la frase che tu cercavi e te la portava, lì, dov’eri rimasto ad aspettarlo. Ti stringeva la mano e se ne andava senza un’altra parola.

L’amore gli stava incollato addosso, come una mela attaccata al melo. Per questo, lo chiamavano il Melo.

Che moda era quella, proprio non aveva idea!

La gente, adesso, non era più padrona nemmeno di cenare in santa pace. Ogni sera, nel momento esatto in cui lui cercava, senza sporcare il bavaglio a fiori stinti, di sorbirsi una sciocca minestrina sul dado, qualche scocciatore si presentava sulla soglia di casa per rinvangare il bel tempo andato. E quanti inutili discorsi, conditi da dei “mangia non ti preoccupare per noi”, sprecavano per lui, che le parole se le legava al petto e non ne aveva bisogno di tante per sentirsi pieno.

Questa volta erano venuti con la scusa del film.

Certo che lo sapeva: era vecchio, mica scemo. Magari gli capitava di scordare la pasticca prima di pranzo, o scambiava la giacca nera all’attaccapanni per il suo fratello morto in guerra, e, a dirla tutta, un giorno si era persino addormentato col cucchiaio pieno di brodo a mezz’aria, ma queste sono solo cose che capitano ai novantenni, mica vuol dire che uno è rimbecillito.

“Livietta, mi dai il ricercapersone?!”

Dall’altra stanza, la voce della moglie gli disse che era sul tavolino.

Lui sbuffò e se avesse potuto si sarebbe alzato in piedi, messo sull’attenti, e magari le avrebbe dedicato anche un applauso bello lungo. Ma sbuffò, semplicemente sbuffò, quattro o cinque volte, perché in piedi, lui da solo, non ci si sapeva più mettere.

Scosse la testa e raggiunse il tavolino con gli occhi. Il telecomando se ne stava là, immobile, quasi facendosi beffe di lui, sopra quel pacco giallo di carta spessa.

“E poi, non ti avevo detto di buttare via tutta questa carta?” gridò ancora.

Allungò il braccio e stese le dita, ma era ancora lontano ciò che voleva.

La testa secca tutta denti sullo schermo continuava a gracchiare qualcosa a proposito di soldi e di speranze. Di guardare quegli odiosi quiz a premi, non ne voleva sentir ragionare. Figurarsi se lui, che per mettere da parte tre bicci in banca aveva impiegato una vita, poteva starsene mollemente adagiato fra i cuscini della sua poltrona ergonomica, a sorridere di fronte a gente che per dieci risposte giuste se ne andava a casa a tasche piene. E che non gli venissero a dire che quelli erano i vantaggi di chi aveva studiato… Ah, no, a lui non potevano dirlo, non era mica un fesso all’amo, lui! Certe cose le sapeva e la fortuna, con buon rispetto parlando, non c’entra un cazzo con la vita.

“Se fossi il Melo di un tempo, te lo farei vedere io…” masticò fra le labbra e la lingua, girando la testa verso la porta.

Il lilla della veste di sua moglie lo raggiunse.

“Che gridi? Non lo vedi che ci sei già sull’uno?! Ce l’ha messo Filippo, prima di tornarsene a casa…”

Schioccò la lingua indispettito. “Ma non c’è ancora! Che ore sono?!” E guardò l’orologio al polso. “Le nove e dieci!” disse. 

La moglie frusciò veloce verso il tavolino, afferrò il telecomando e fece un rapido giro, prima di sintonizzare l’apparecchio sul canale dove da un momento all’altro avrebbero trasmesso il film su Bartali.

Un corridore, così si sarebbe definito il Melo.  Con le lunghe gambe muscolose aveva girato  veloce sui pedali grigi della sua luccicante Bianchi, a braccia larghe in volata, per farsi largo lungo la via e non finire a terra, gabbato dal primo fortunello di turno. Di corse, ad esser sinceri non ne aveva mai vinte, ma non gli interessava, perché aveva avuto tanti amici per divorare pesce e carne, con le risate che risuonavano forte nella sua pancia piena.

“Ora, addormentati!” aveva detto la moglie un po’ canzonandolo per i suoi occhi appannati sempre sul punto di chiudersi. “Filippo ha fatto così tanta fatica, per portarti fino qui…” s’interruppe di colpo, mordendosi la lingua.

Un ruga profonda s’aprì nel cuore del Melo, pensando a quella vecchiaia infame che gli aveva portato via la gamba e la forza. La sua vita, in poche parole.

“Giulietto” lo chiamò la moglie, sfiorando il suo maglione ruvido “dettami un bella frase…” e allungò le dita verso la carta e la penna blu sul tavolino.

“Ah!” sospirò Giulio “ma che frase e frase… Stasera non sono in vena… Se penso a come son ridotto… Ma hai visto come mi guardavano quei mammalucchi di prima?”.

Un pugno qui, alla bocca dello stomaco, le mozzò il respiro, bagnandole gli occhi di tenerezza. Quel pupo che piangeva era suo marito.

 “O Livietta” mormorò il Melo “scusami, scusami tanto!”

La guardò con quei suoi occhi miopi e fece scendere l’immagine di sua moglie fin giù nel cuore, si fece passare un foglio giallo e scarabocchiò qualcosa.

Livietta lo prese e lo tenne stretto al petto con le lunga dita nodose, per qualche momento. Non lo avrebbe aperto. D’altronde, per intendere certe cose non serve saper leggere.

Un’occhiata allo schermo le disse che il film era iniziato da un po’. Si voltò verso il marito. Dormiva profondamente. Sorrise teneramente alla testa abbandonata sulla poltrona. Tirò fuori dalla tasca il fazzoletto di cotone e asciugò la saliva che gli pendeva dalle labbra. Il Melo, dal canto suo, si leccò le labbra secche con la lingua bianca, come a aiutarla nella sua impresa.

Lei sorrise ancora e si mise a guardare il film. Il giorno dopo avrebbe avuto da raccontarlo a qualcuno.

 
   

© Associazione Finisterre