Concorso Letterario Parole per Comunicare 2002

 

 
   

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di Fabrizio Parrini

 

Questo racconto è stato segnalato nella sezione “narrativa in lingua italiana” del Concorso letterario “Parole per Comunicare 2002” con la seguente motivazione "Profondo a raggiungere lo scheletro di un dolore che sembra provato. Notevole, perché ha rimandi ad autori come Primo Levi o ad autori ebrei deportati nei Lager. Preciso nel suo incedere, quasi serrato nel raccontare ogni pensiero o nella visione di ogni immagine. È matura la penna di tale scrittura".

 

*  *  *

 

Sorellina, è quasi passato il mio tempo. Lo vedi dai miei capelli che diventano grigi, dai miei sogni agitati che implorano luce, più luce ancora e non più questo vento notturno che brucia soltanto. Sono Milton, l’infame, che viene dalla notte ed alla notte sta per tornare. Così ci hanno cacciati dal paradiso terrestre.

Dalle nostre case nel mondo immenso. Ti ho preso per mano e ci siamo incamminati verso la rovina. Non riuscivo a dimenticare le nostre povere stanze. Amavo anche le pareti ammuffite, i chiodi dove appendevi i tuoi disegni.

Ci aspettavano lungo le scale con le sciabole e i cani. Sorellina, ti ho vista svanire nel primo mattino. Mi hai salutato con un rapido sguardo. Una donna ti ha stretta a sé come fossi sua figlia. Tenevi ancora in mano il tuo piccolo carillon.

Ti ho cercata per tutta la vita. Ti avrei sollevato come un tappeto nell’aria, ti avrei accolto nella parte più calda del cuore, dove non c’è sete, dove non ci si perde.

Tante volte ti ho inseguita per le strade, lungo i fiumi ghiacciati ti ho chiamata, sorellina, ti ricordi? Sulla tovaglia di cucina avevi disegnato una casa incendiata ti dissi:

- Se succederà io verrò a salvarti - e tu – Tu sei forte, Milton, non hai paura di niente –

Il giorno ti scivolava già tra le dita come neve di primavera. Per farti addormentare ti recitavo a memoria le imprese di Orlando, ti raccontavo dei miei incontri di pugilato nella palestra del porto.

Poi tutto è stato dimenticato, come un morso di vipera che lascia sulla pelle un leggero rossore. Ti ho vista camminare per l’ultima volta sotto un sole oscuro e improvviso, lungo una via senza uscita.

Non mi hanno voluto, perché ero alto e robusto. Mi hanno morso alla gola ma ci voleva ben altro per me. Avevo imparato in palestra a sopportare i colpi mortali, le minacce, la bocca piena di sangue.

Invece non hanno nemmeno guardato i tuoi occhi profondi, le tue trecce castane che anche nel convoglio avevo avuto cura di non disfare.

Camminavi sulla rampa come ti avevo insegnato. A testa alta.

Stai attento – mi hai gridato – qui c’è gente cattiva come quando salivo sul ring per poche dracme e tu stavi in pena e dopo io non mi facevo vedere alla luce per giorni per il mio naso gonfio e spaccato. Ti hanno portata via.

Mi hanno strappato il cuore e i denti per mordere, gli occhi e i ricordi, ma tu hai continuato a splendere dentro di me, con il tuo piccolo carillon, in mezzo all’odore della carne che brucia, qui dove sono il custode di questo fuoco sempre acceso.

Non avvicinarti notte mi viene voglia di bruciarti viva, qui non abbiamo riguardo nemmeno per la luna. Noi lo divoriamo tutto quello che cade dal cielo. Milton mi chiamo. Milton Nadsari. Greco, ebreo. Ho vissuto a lungo dentro il crimine orrendo.

Sono stato nell’inferno dei bastardi. A Birkenau. La morte non mi ha voluto. Ha avuto paura del mio naso da pugile. Non ero ancora abbastanza infelice per lei. O si era stancata di me. Sono stato fuochista. Accompagnavo i miei fratelli ebrei alla camera a gas, li aiutavo a spogliarsi. Bruciavo i loro poveri corpi nei forni.

Li trascinavo negli escrementi con cinghie di cuoio e tenaglie. Mi conoscevano tutti per la mia nera maschera antigas. – Più svelto Fantomas - mi dicevano gli ufficiali, con la maschera non si vedevano le lacrime.

Disperdevo le loro ceneri lungo la scarpata della morte. Sogni di cenere, carne difettosa per gli allevamenti dei pesci.

Ero Milton due volte al giorno sulla strada del cielo. Così chiamavano il corridoio che portava a morire. Eravamo quelli della Squadra Speciale, i morituri, la Squadra Celeste.

Certo, si dormiva al caldo sopra il crematorio, si mangiava su pesanti tovaglie di seta gli avanzi dei trasporti, dolci, lardo, marmellata, vodka.

Dovevo stare in salute, alla sera combattevo nella palestra del Blocco 12. Massacravo di pugni qualche sottufficiale borioso. Su di me scommettevano sempre.

Io colpivo dappertutto con i miei guanti di cuoio. Mi fermavano i dobermann e il ricordo dell’uomo che ero stato una volta.

Ad Atene, con il mio amico Seferis, col pugilato mi pagavo la scuola, sognavo di diventare un campione. A Birkenau il pugilato mi ha salvato la vita.

Che cosa sono diventato, sorellina. Un vecchio che combatte coi ricordi, un marrano noioso e violento che biascica i versi di un Milton più grande di lui. E la musica del tuo carillon, qui, conficcata nel petto.

Nel turno di notte gridavo forte il tuo nome contro le pareti azzurre della camera a gas. Ho sempre amato la luna. In certe notti lontane lasciavo che lo splendore e l’incanto scivolassero in me come una serpe. Io facevo parte del suo mondo radioso.

E tu luna che a oriente incontri il sole - recitavo nella palestra e tutti mi stavano a sentire - ora voli con le stelle fisse, voi fuochi vaganti nella notte che vi muovete in una danza senza suoni…

Chiusa nel mio pugno l’ho avuta la vecchia luna, a volte con piccole nubi festose sulla fronte, le credevo navi dormienti, fantasmi, ancora sopra di me, simili ai sogni che ci fanno soffrire come fossero veri.

Ora è tutto finito. Questo accadeva una volta quando il mio cielo era vasto e azzurro.

Non questo lenzuolo sudicio e beffardo, questo straccio gonfio di sangue. Questo accadeva una volta, quando Milton era un uomo tra gli uomini. Ora io sono solo al mondo. Il mio universo cola nelle fogne come il grasso di queste creature che spingevo nei forni.

Cammino ancora, ogni notte, sui cadaveri e, come un contadino, faccio su di loro il gesto della semina, ma è benzina quella che faccio cadere e mi manca il respiro per continuare a guardare la luce della luna, che è ancora qui come allora, maledetta luna che non hai vergogna di venirmi a cercare nella mia cuccia di tenebre, con gli occhi pieni di lacrime, insolente e sfacciata sei.

Vai a caccia d’occasioni per la tua natura di luna tra i lamenti, nei clamori dell’alba che dicono non lasciateci così. Io non voglio più vedere il tuo lieto chiarore. Voglio il buio dei giganti del cielo sopra il cielo, del tormento di ferro e di granito.

La notte è il mio canto stonato. Mi basta il fuoco che brucia i miei fratelli a farmi luce. Non c’è più niente da vedere.

Io abito la parte più oscura dell’inferno. Qui non devi più splendere. Lurida luna, non devi offendere queste esistenze destinate alla Vistola. Non ti avvicinare a queste nuvole sporche fatte di carne e di sangue, a questi neri arcobaleni che a volte nascono sui cancelli.

Non sorgere mai più per ricordarci le nostre passeggiate sul mare, i capricci, le cene consumate senza parlare, una musica che si alza alla fine di un’estate passata. Lasciaci soli, perché noi non abbiamo più cielo. Sono qui. Sono giovani donne. Si guardano intorno. Hanno il cuore spezzato.

Non sanno ancora il loro destino. Per noi è il convoglio numero 8.

Non c’è niente qui che parli per loro il linguaggio dei tempi migliori. Ci guardano. Cercano di leggere nei nostri sguardi spenti.

Io so che cominceranno a ricordare tenerezze perdute, quei giorni che sembravano infiniti dove la neve cadeva e sembrava solo l’inizio di un inverno come tanti. Non sanno che qui non ci sono stagioni.

Ogni volta il mondo intero con il suo lurido cielo se ne va correndo da qui, con gli occhi chiusi, inciampando sulla terra gelata. Restiamo solo noi, i rifiuti del turno di notte.

Ci vedono appena, sono accecate dai fari. Per loro siamo solo altissimi spettri, avanzi dell’inferno.

Le stelle si spengono una ad una. Il vento ci soffia sopra come un pietoso candelaio. Lasciano cadere i loro bagagli. Si spogliano in fretta incalzate dalle urla. Ad occhi bassi. Ora non vogliono più nulla. Non c’è più nulla che le possa consolare.

Devo spingerle verso il gas, ma non ci riesco. C’è chi sviene tra le mie braccia e mi sembra di accogliere il grano maturo, un’altra mi chiede di prenderla per mano in quel breve tratto di strada che la separa dal buio. Io le accompagno queste mie dolci sorelle. Le sorreggo per le braccia, passo dopo passo, con il cuore in tumulto.

Invochiamo insieme il dio della vendetta e dei morti, alla luna luccicano le lacrime di queste dolci ragazze e le mie mi cadono sulle mani sporche.

- Dimmi fratello – mi chiede una ragazza di Lodz – dura a lungo la morte? – Un’altra mi abbraccia nuda, mi chiede baci e carezze – io non voglio morire senza sapere niente dell’amore, aiutami – e riempie di baci la mia sudicia barba. Ci sono bambine negli angoli più oscuri in braccio alle madri, sorridono. Ora non hanno più paura di morire.

La luce è accecante, davanti a noi centinaia di corpi bianchissimi scossi dai singhiozzi.

Una bambina dai capelli rossi si morde le labbra, poi mi fissa con i suoi profondi occhi blu. Loro non sanno che tra poco comincerà il nostro lavoro. Ci muoveremo veloci, braccati dai comandi, con la gola murata.

Non avremo nemmeno il tempo di chiudere quegli occhi profondi spalancati sullo stupore della morte. Trascineremo questi candidi corpi negli escrementi, avremo tenaglie di ferro o lacci di cuoio.

Poi da queste bocche vermiglie, da queste tenere labbra strapperemo i denti preziosi e sarà sangue sotto le scarpe e dappertutto, staremo attenti a non calpestare le ultime lacrime di queste tenere madri, il loro viso sarà nero e viola e tra noi Schlomo, barbiere nel ghetto di Budapest, taglierà i loro capelli con gesti sicuri. Gli orecchini sono compito mio.

Farò in modo di toglierli con tutta la tenerezza che mi resta e guai a chi ha sulla pelle un tatuaggio, una rosa, un Pegaso o un angelo, alla moglie del capo piacciono le lampade di pelle strappata alle vittime.

Ma loro ora non lo sanno e non potranno saperlo. Non mi vedranno indossare i guanti di cuoio e tirarle come giovenche per i teneri polsi fino alla tavola della purificazione che le porterà all’inferno un piano più sopra.

I forni sono accesi più vicini al cielo in questo mondo capovolto.

Saranno subito cenere e sentimenti, desideri, pensieri di gioia, versi di grandi poeti, sogni saranno una carretta di cenere che il fiume ogni giorno divora. E sarà silenzio dietro di loro. Come non fossero mai nate. Ma questo non lo vedranno e non potranno saperlo.

Sorellina, mai dimenticherò quel fuoco che non si è mai spento. Quel fuoco che ci fecero stare nudi, senza vergogna, davanti alle bocche di forno. I bambini più piccoli aspettavano in un grande mucchio all’aperto. Due adulti e un bambino.

E’ la regola. E questa è quella che chiamano la Strada del Cielo. L’ho percorsa ogni giorno. Passa attraverso le fauci dell’inferno. In quel breve cammino mancano le forze e il respiro. La Strada del Cielo è piena di merda e di orina. E’ la strada dove non ci sono nuvole o azzurre lontananze, dove si va sfiniti e dispersi.

Tu l’hai percorsa da sola, sorellina Bisogna strapparsi il cuore. Soffocare il pensiero. Lasciar bruciare nel bagliore ogni emozione. Il dolore è una tempesta che s’infrange contro il mio petto magro. Milton non vede più Non sente più. Non capisce più.

Spingo la barella di ferro nel forno. Bruciano le mie mani. Le fiamme sono golose. Assaporano i corpi come primizie. I capelli bruciano subito. Non sopporto il rumore della pelle che brucia. La pelle si solleva. Si riempie di bolle.

Crepita e fischia come una fascina d’arbusti. Le vene e i nervi si tendono. Fanno sussultare i corpi. Lavoriamo con una benda intrisa d’alcool e di carburante che ci rende irritabili e svagati.

Le viscere schizzano per aria. A volte ne sono bagnato e grido d’orrore come fosse la prima volta. Ma è la testa che è più lenta a bruciare il dolore più grande. Due piccole fiamme blu scintillano nelle orbite a lungo. Io resto impietrito a guardarle.

E’ un intero mondo che ogni volta vedo svanire. Creature che hanno sperato, amato, creato, che si sono svegliate al tepore del sole di maggio, che si sono bagnate nel mare, che hanno abbracciato altre creature, che hanno tenuto un diario bruciano qui davanti a me, Milton il fuochista, che vivo ancora e questa ragazza che avrà fatto battere i cuori di tutta Varsavia e questo bambino che sarà arrivato fin qui con il suo carillon come te sorellina ed ora sta per diventare una svolta di fumo. Io lo guardo bruciare come si guardano i tronchi di castagno in una notte di neve.

Tanti cuori che ardono in questo uragano che non smette mai. È un fuoco che ci porta via, che mi brucia l’anima e le mani, ferite che non guariscono più. Sorellina, mai dimenticherò questo fumo denso che nessun vento riesce a disperdere.

Mai dimenticherò il silenzio che mi accoglie all’alba nel mio pagliericcio vicino al soffitto dove conto i miei respiri, dove mi lamento come un cane ferito e so che non riavrò mai più te e la mia voglia di vivere.

All’arrivo del sonno io entro in una grande sala lavata di fresco. Ci sono festoni colorati e vino della nostra Tessaglia.

Tu mi chiami – Milton, hai dormito tutto il giorno come al solito. Come sei cambiato, non sembri più quello di un tempo – ed io ti rassicuro.

Mi metto a fare il buffone. Alzo la guardia come cominciassi a combattere. Poi ti guardo mentre mangi una pesca e il sole mi acceca. Noi qui tentiamo la fuga nei sogni e nei sogni ci aspettano i parenti e gli amici. C’è chi ci ricopre ancora di baci, chi ci spalma di unguenti le dita bruciate.

Con il mirto e la salvia ci laviamo quest’orrendo sentore di morte. Sorellina, sotto le ali del sonno ti vengo a cercare. Ricordo quel giorno che si levò all’improvviso un dolcissimo canto.

Un canto che fece tremare l’inferno. Tutti insieme, uomini e donne, intonarono nudi la Tikva. Si mordevano le labbra per non piangere. Il canto trafisse il cuore degli ufficiali. Come un ago punse loro le vene.

Era un canto di speranza che dice che ci sono ancora ebrei nel mondo e che ci saranno sempre ed altri verranno, fastidiosi e testardi e quelli che cantano non saranno dimenticati. La Tikvà non da tregua. Si leva più alta all’ingresso del bunker. Io canto con loro.

Una donna mi sfiora le labbra ed io le bacio la mano – Dio mio no – dice – questo no. Tu devi raccontare quello che vedi. Non farci morire un’altra volta –

E loro cantano ancora e il canto li solleva, fa loro più dolce la morte.

I soldati ora ci spingono via. Non possono più sopportare. Ci battono con i bastoni. Gridano di far presto.

Hanno paura che il cielo, cadendo, possa spezzar loro la schiena.

Eravamo i suicidi. I morituri. Come chi ha sentito tra le sue mani l’ultimo brivido di chi muore ed ora cammina senza volontà voltandosi ogni tanto verso quel luogo che sente di non poter lasciare più noi eravamo.

Dopo quelle notti mi sono ubriacato. Sapevo di morire.

Chiedo perdono perché anch’io ho fatto la fila davanti al bordello del campo.

Erano giovani ebree che volevano vivere. Come me. Erano il mio paradiso. Ogni tanto i baci erano veri e le parole avevano il calore del tempo trascorso.

Chiedo perdono perché in piedi o in ginocchio, marchiato e solo, ho cercato di vivere. Sempre. Mi sono perduto ma ogni volta Milton l’infame è risorto.

Signore,

tu che comandi al mattino,

che hai assegnato all’aurora il suo posto

da dove può afferrare i lembi della sera

e scacciare i malvagi, dimmi

dov’è la casa desolata dove vivono le tenebre,

perché tu possa farla cadere

su questa fogna dimenticata.

Tu che conosci i ripostigli della neve,

che custodisci i serbatoi della grandine,

che hai messo in serbo la primavera

per i tempi della sciagura,

vieni a salvarci. Tu che puoi diffondere

lo scirocco sulla sera e mettere in fuga

la nebbia, inonda con i tuoi fiumi

questo lembo d’inferno.

Fai cadere la pioggia su questo deserto

un anno intero e trasforma in uccelli

queste solitudini. Signore,

tu che sei il padre del vento e della brina

gela per sempre queste facce di serpenti,

tu che hai donato alle meteore intelligenza

e alle nuvole saggezza e incanto,

fai bollire nella pece questa città

di legno marcio. Con le tue lacrime

spegni questo fuoco che riempie d’orrore

tutto il cielo e salvaci.

ATENE. Dentro una notte senza luci, una notte come questa dove Atene è sotto un furioso temporale, mi hai lasciato solo, sorellina. Sei come scomparsa in una fessura del tempo.

Mi tocco il viso per sentire se sono ancora vivo. Mi piega il profumo di limoni che sale da Kalamaki. Sono famoso per queste strade della Plaka, ma tu non lo sai.

Mi chiedono di te ed io dico che saresti una ragazza dai vasti pensieri. Magari non mi riconosceresti. Mi sono fatto crescere la barba. Sono diventato più magro e guardingo.

Ogni sabato vado nelle scuole dei nuovi quartieri a raccontare di me a bambini che ti somigliano, sorellina. Io parlo, ma non mi credono. Poi recito passi di poemi antichi e sbadigliano i miei studenti.

Oggi ho deciso di smettere di portare in giro i miei ricordi come un cane al guinzaglio. Smettila Milton di fare il pavone con il dolore. È che non riesco a levarmi dalla lingua questo gusto così intenso ed amaro, di sangue.

Nella palestra di Sotades insegno pugilato. Mi fascio ancora le mani con bende di lino. I miei ragazzi mi tirano pugni leggeri. Non vogliono farmi del male.

Da questo capisco che sono finito - Vai a casa maestro - mi dicono - la lezione è stata lunga e sei stanco -

Ma io a casa non ci voglio andare. Perché là Irene viene a cercarmi. Lei è giovane e senza ricordi. Mi bacia con furia come a ridarmi la vita….ma io non voglio ricominciare. Io cammino tutta la notte fino alla casa del mio amico Mirades.

Vado a dirgli - Perché mi hai lasciato solo a ricordare? -.

C’è ancora vento intorno, il “meltemi”, quello che amavi tanto, vento negli occhi, sulla barba, vento che mi alza le falde della giacca.

La mia vita è passata d’un fiato. Non ho potuto fermarla.

Sorellina, promettimi che mi prenderai ancora per mano e mi circonderai la vita con le tue piccole braccia quando verrò da te.

Ho ancora paura del buio - ti dirò e tu che ormai sai tutto sugli oggetti che danno il tormento e sui pericoli della notte, sorriderai. 33

- Ti aspettavo - mi dirai - ce n’hai messo di tempo, come quando facevo l’alba per te, impaziente, con il tuo regalo di Purim e mi addormentavo per l’attesa

 È vero, Milton l’acchiappanuvole mi chiamavi.

Quando mi vedrai, sono sicuro che farai ancora suonare il tuo carillon. E poi mi coprirai le spalle perché non abbia più freddo.

Poi ti guarderò. Senza stancarmi. Come un bambino guarda la neve che cade

 
   

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