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La
contesa tra il “gran cardinale” Alessandro Farnese e i cittadini
di Montefiascone per il possesso della “Commenda gerosolomitana"
di Montefiascone
di Giuseppe Moscatelli, da
Etrurialand, anno V, n.53, dicembre 2006, p.15
Ne aveva di carattere,
il card. Farnese. Al collega cardinale Carlo Borromeo (poi
divenuto santo) che, pur rimanendone estasiato, lo rimproverava
per lo sfarzo e il lusso del Palazzo di Caprarola, col dire che
sarebbe stato molto meglio distribuire quei soldi ai poveri,
rispose con placida franchezza che lui sì, i soldi ai poveri li
dava, ma preferiva farglieli guadagnare con il lavoro, piuttosto
che regalarglieli. Come dire: se uno ha fame non dargli del
pesce ma insegnagli a pescare.
Senso pratico e pillole di saggezza al posto delle virtù
cristiane della carità e solidarietà. Ma forse non poteva essere
diversamente per chi di mestiere faceva il “cardinal nepote” e
aveva a che fare con re e imperatori, dalle cui pretese cercar
di salvaguardare gli interessi della Chiesa.
Alessandro Farnese jr.
era nato a Valentano nel 1520 da Pier Luigi, figlio di Paolo III,
e Gerolama Orsini dei conti di Pitigliano.
Il nonno-papa lo nominò cardinale all’età di soli 14 anni e ne
fece ben presto il suo braccio destro: non c’è quindi da
meravigliarsi se sviluppò un carattere sicuro e determinato.
Ne sanno qualcosa i montefiasconesi, rispetto ai quali si trovò
in aspro contrasto per il possesso dei terreni della Commenda di
San Giovanni, confinante con il territorio di Montefiascone.
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Card. Alessandro Farnese |
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Mentre infatti il “gran
cardinale” (con questo appellativo, per i suoi meriti, è passato
alla storia) se ne stava beatamente a Parma presso la corte
ducale del fratello Ottavio, dalle terre avite del Ducato di
Castro gli giunsero preoccupanti nuove su disordini e violenze
ai quali gli abitanti di Montefiascone si erano lasciati andare
per rivendicare i terreni della Commenda, che Alessandro aveva
assegnato in gestione al suo segretario personale Annibal Caro,
tutt’oggi ricordato per una famosa traduzione dell’Eneide che
ancora circola tra i banchi liceali.
Senza indugiare il card.
Farnese si rivolse al vicelegato pontificio di Viterbo,
arcivescovo Maffeo, al quale il 20 aprile 1557 fermamente
scrive:
“Vostra Signoria deve sapere che la commenda di San
Giovanni e della quale è di presente Commendatore il Caro, gli è
stata conferita da me... come per essere stata di Papa Paolo,
santa memoria, e del Signor Ascanio Santa Fiore per sua
rinunzia, ed ora del detto Caro rinunziata da me...”.
Forse Alessandro temeva
che l’arcivescovo fosse cedevole verso i riottosi se sente il
bisogno di specificare con pedante meticolosità i suoi titoli di
proprietà.
Del resto i montefiasconesi erano altrettanto
determinati nel risolvere in un modo o nell’altro la faccenda.
Nella medesima lettera infatti il Gran Cardinale lamenta: “...disegnano
di far non so che innovazione... con voler tagliar ne’ boschi a
lor modo...; voler che quel loco si nomini ne’contratti per
Territorio di Monte Fiascone... con minacciar fino che vi s’anderà
col foco”.
Ha buon motivo quindi il cardinale di chieder
“consiglio di quanto le par ch’io debba fare per reprimer
l’insolenza loro”.
C’è da credere che il
card. Farnese non fosse troppo fiducioso sulla tempestività ed
efficacia dell’intervento del vicelegato, il quale se da una
parte non intendeva dar torto all’illustre e potente porporato
dall’altra non poteva certo mettersi contro le popolazioni dei
territori da lui amministrati, con il rischio di fomentare
disordini; ragion per cui il card. Alessandro, il medesimo
giorno, si rivolge per iscritto direttamente agli abitanti di
Montefiascone, per rimproverarli e ammonirli:
“Io son certo che
sapete meglio di me i privilegi e l’immunità della Commenda San
Giovanni... del tutto appartata dal territorio e da ogni vostro
affare...” e ancora “...la Commenda è stata conferita al
Commendatore Caro da me, e che ci ho sopra il regresso dopo di
lui: e che per esser stata di Papa Paolo, santa memoria, e de’
miei tanto tempo, quanto sapete, io la reputo mia più che mai”.
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Ritratto di Annibal Caro |
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Queste lettere,
tuttavia, non ottennero un grande risultato e il conflitto tra
il Cardinale e la comunità di Montefiascone si trascinò per
molti anni, tant’è che ancora il 5 Ottobre del 1564 il
“commendatore” Annibal Caro in una lettera al Card. Ranuccio
Farnese, fratello del card. Alessandro, riferisce con
preoccupazione che “gli uomini di Montefiascone” sono ancora sul
piede di guerra e “fanno professione di far violenza alle cose
della Commenda” al punto che vi cacciano senza autorizzazione e
una volta “...nel ritorno, a bello studio, hanno ammessi i cani
alle mie capre, e fattone uccidere non so che una... insomma ne
vogliono essere i padroni essi . E perchè non lo volemo
consentire, ci fanno di queste avanie”.
In sostanza, incuranti di moniti e recriminazioni e indifferenti
ai diritti della proprietà legittima, gli abitanti di
Montefiascone continuarono ad usare a loro piacere della
“Commenda”, minacciando per di più il povero Annibal Caro al
quale non risparmiarono dispetti e insolenze, quali appunto
quella di far sbranare dai loro cani le sue capre.
Purtroppo non sappiamo
come la vertenza andò a finire. Ma è facile immaginare che il
commendator Annibal Caro e il Card. Alessandro Farnese jr.
dovettero alfine rassegnarsi alle “prepotenze” dei
montefiasconesi. |
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