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Lepanto, 7 ottobre 1571. Il riscatto dell’Occidente.

di Gabriella Poli, tratto da "La Padania" del 7 ottobre 2006

 

“L’armata cristiana stava ferma sulla sua linea. Il solo movimento ordinato da don Giovanni riguardò le galeazze, che si andarono a schierare un miglio davanti a noi, come isole avanzate”.

Inizia così il resoconto della battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 fatto in presa diretta da un marinaio della nave cristiana “San Teodoro”. Il primo reportage di guerra della storia è contenuto nel libro di Gianni Granzotto La battaglia di Lepanto. L’epica battaglia, la terza in ordine di tempo e la maggiore svoltasi a Lepanto, si concluse con una schiacciante vittoria della Lega Santa sulla flotta dell’Impero Ottomano. E segnò un traguardo molto importante per l’Occidente.
Fu la prima grande vittoria di un'armata o flotta cristiana contro l'Impero Ottomano che pur riacquistando in seguito la supremazia numerica nei confronti della coalizione ispano-veneziana, perse comunque il controllo completo dei mari, specialmente del Mediterraneo occidentale.

Anche se la sconfitta non impedì ai Turchi di conquistare in seguito l'isola di Cipro. Ma vediamo come prosegue l’avvicente “diretta” del marinaio:

“Le galeazze erano sei, e dovevano mettersi a due per due all'innanzi di ciascuno dei nostri corpi, due per l'ala di Barbarigo, due per il centro di don Giovanni, due per l'ala del Doria. Se non che costui, comandato d’allargarsi verso il pieno del golfo, girò fin troppo il bordo allontanandosi al largo più di quanto si credeva opportuno. Per quella mossa si aprì una specie di varco sulla parte destra del nostro schieramento e le due galeazze che dovevano andare a proteggere il corno dei genovesi si trovarono un po' sperdute nel mezzo del mare. Ma le altre furono pronte a scatenare tutto l'inferno dei cannoni di cui erano strapiene, immobili in mezzo al mare sotto quel peso come enormi tartarughe galleggianti.
Sui turchi che avanzavano a tutta voga, senza più vele ai trinchetti per la... ...caduta del vento, piovvero i colpi ed il fuoco in una terribile tempesta d'improvviso infuriante sul mare tranquillo. Davanti al nostro corpo di navi sparavano le galeazze di Francesco Duodo e di Andrea da Pesaro. Vidi le palle lanciate dal Duodo sfracassare il fanale più grande della Reale dei Turchi, che per altezza dominava il gruppo dei legni nemici avventati all'assalto. Un secondo colpo frantumò la spalla d'una galera vicina, un terzo mandò in pezzi il fasciame di un'altra, che si mise ad imbarcare acqua a fiotti sprofondando nel mare come in una sabbia.
Uomini con i turbanti in capo si buttarono a nuoto dagli spalti divelti, tra remi spezzati, frammenti di chiglia, tronconi d'alberi dimezzati che cadevano da altre galere colpite travolgendo soldati e rematori, mentre il fuoco prendeva a divampare su questo e quel bordo illuminando le acque di inverosimili bagliori...”.

Uno dei più famosi partecipanti alla battaglia fu lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes.

La battaglia di Lepanto, detta anche delle Echinadi o delle Curzolari vide le forze navali dell'Impero Ottomano scontrarsi con la flotta della cosiddetta “Lega Santa”, salpata dal porto di Messina, che riuniva la Repubblica di Venezia (150 galee), la Spagna (79 galee), il Papa (12 galee), oltre a contributi minori di Genova e altri Stati italiani e dei Cavalieri di Malta.
La flotta europea era affidata al comando di Don Juan d'Austria, giovanissimo fratello del re di Spagna Filippo II, affiancato da Marcantonio Colonna, mentre quella turca era guidata dall'ammiraglio Mehmet Alì. La coalizione europea fu promossa dal Papa Pio V per soccorrere la città di Famagosta, nell'isola di Cipro, assediata dai Turchi e vanamente difesa dal sacrificio supremo dell’eroico Marcantonio Bragadin.

Lo schieramento delle navi cristiane vedeva all'ala sinistra le galere veneziane al comando di Agostino Barbarigo. In posizione centrale vi erano le navi spagnole di Don Juan d'Austria, altre veneziane al comando di Sebastiano Venier e le navi pontificie di Marcantonio Colonna. Chiudeva lo schieramento a destra il gruppo di navi genovesi comandate dall'ammiraglio Gianandrea Doria. I Turchi schieravano l'ammiraglio Mehmet Soraq all'ala destra, il comandante in capo Mehmet Alì al centro e l'ammiraglio Uluc Alì all'ala sinistra.

Gianandrea Doria, a un certo momento dello scontro si sganciò con le sue navi genovesi facendo vela verso il mare aperto. Che ciò fosse avvenuto per timore dello scontro o per un geniale piano progettato in anticipo, gli storici non sono in grado di stabilirlo, ma il fatto è che, tornato sui suoi passi, egli piombò alle spalle dello schieramento ottomano dissestandolo. Gli Ottomani riuscirono a salvare meno della metà delle loro navi. Fu inoltre l'ultima grande battaglia combattuta con le galee, le navi a remi di tradizione romana.

Durante il corso della battaglia, la nave ammiraglia ottomana venne abbordata e, contro il volere di Don Juan, l'ammiraglio ottomano venne decapitato e la sua testa fu esposta sull'albero maestro dell'ammiraglia spagnola.

Questo episodio contribuì enormemente a demolire il morale dei Turchi e ad accelerare la conclusione della battaglia. Lo schieramento cristiano vinse grazie alla superiorità schiacciante delle inabbordabili galeazze veneziane e al superiore armamento individuale: infatti i suoi soldati potevano contare sugli archibugi, mentre quelli turchi erano ancora armati con archi. I cristiani però attribuirono la loro vittoria soprattutto alla protezione della Vergine Maria, tanto che nell'anniversario della battaglia fu fissata la festa della Madonna del Rosario.

 

 

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